Awakening Songs #0: Tears For Fears – Head Over Heels

Da quanto tempo non ascolto Head Over Heels dei Tears For Fears? Non saprei. Potrei dire dieci anni, forse di più. Sicuramente di più.

Mi capita spesso di svegliarmi con una canzone in testa. Potrei definirla “deformazione professionale”, se solo la mia professione avesse a che fare con la musica. Invece è solo una passione a cui mi piace dedicare tempo, energia e… Ok, lasciamo perdere. Fatto è che questa mattina, mentre preparavo colazione ai ragazzi e tentavo di non accumulare quei minuti di ritardo che mi avrebbero condannato a una coda infinita davanti alle scuole, canticchiavo Head Over Heels.

Non so perché. Fanno sempre così, le canzoni che mi ritrovo in testa al mattino: arrivano di colpo. Insensate. Avvolgevo il panino di mia figlia nella stagnola e intanto cantavo:

Something happens
And I’m head over heels
I never find out
‘Til I’m head over heels

Mia moglie non ha mostrato nessuna sorpresa. Aveva altro da fare che non sorprendersi di un marito di mezza età che canticchia vecchie canzoni degli anni ’80. Ci è anche un po’ abituata, credo.

Quando i Tears For Fears fecero il botto – intendo quello grosso, che regalò loro copertine, interviste, passaggi radio e video continui, eccetera – con Shout, nel 1985, nel gruppo di ragazzi del mio giro ero tra i pochi che li conosceva già. Merito di mio fratello, che aveva comprato la cassetta di The Hurting, uscita due anni prima. Mio cugino, più grande e scafato, li detestava perché sosteneva che fossero una copia fighetta dei Depeche Mode. Non aveva tutti i torti, ma era difficile in quegli anni fare new wave di quel tipo – vagamente algida e oscura, ma con un piglio passionale che pescava nel ventre della black music robottizzata – senza ricordare i Depeche Mode.

The Hurting possedeva quel tipo di tensione contemporanea che s’impadronisce subito dello spirito del tempo, grazie a canzoni capaci di suonare allo stesso tempo accomodanti e inquiete. Comprai Songs From The Big Chair in vinile, in un negozio che adesso non esiste più e che era a suo modo profetico, un piccolo supermercato in cui potevi trovare abbigliamento e accessoristica di bassa qualità, il tutto distribuito approssimativamente in un ambiente così sterile da sconcertarmi ogni volta che ci entravo. Ma ci entravo comunque e abbastanza spesso, perché in un angolo avevano questo cestone contenente cassette e vinili, alcuni nuovi e – per la mia gioia – moltissimi vecchi. Tra i molti titoli, la maggior parte dozzinali, trovai alcune autentiche perle: le cassette di Time Fades Away e Re-Actor di Neil Young, di Pink Moon di Nick Drake e del primo Led Zeppelin, per dire. Pagandole tre o al massimo quattromila lire.

Tears_for_Fears_Songs_from_the_Big_Chair

Il vinile nuovo fiammante di Songs From The Big Chair lo comprai in società con mio fratello. Il tempo di pochi ascolti e fu chiaro che Shout non era altro che un balocchino da classifica, di gran lunga il pezzo che nel tempo ho ascoltato di meno. Presi l’abitudine di saltarlo, posizionando il pickup direttamente sulla seconda traccia del lato A (in corrispondenza di The Working Hour). Continuo a pensare che sia un buon disco, non di quelli che fanno la storia del rock ma che, in un’ottica di “facile ascolto”, non rinunciano a proporre qualcosa di qualitativamente ricercato, persino sorprendente, abbastanza fuori cioè dal novero delle aspettative. Un titolo via l’altro ondeggiavi tra synth wave, post punk, smooth jazz e progressive pop, il tutto sostenuto da buone melodie e l’interpretazione intensa di chi sa di giocarsi un pezzo di vita. Ma non è questo il punto.

Il punto è: cosa succede nella mia testa, quale incrocio di sinapsi e dendriti ha fatto sì che questa mattina, avvolgendo nella stagnola il panino robiola e bresaola per la colazione di mia figlia, abbia sentito il bisogno di quello che una vecchia canzone pop aveva da dirmi? Ho capito, anzi ho sentito, che quel discorso iniziato oltre tre decadi fa non è mai terminato, è sempre stato lì – come dire? – in background. A fare quello che una canzone deve fare: occuparsi di un ben definito stato d’animo. Si tratta solo di una canzone che mi è venuta in mente, certo, ma nella sua sostanziale insensatezza è un evento che mi unisce a ciò che sono stato, che unisce ciò che sono oggi a quello che ero, a ciò che stavo diventando.

Le canzoni hanno, tra le altre cose, questo potere: nell’immediato – quando sono fresche, nuove, radiofoniche – ti caricano, ti divertono, ti travolgono, ti attraggono in una dimensione che va oltre lo spazio e il tempo che stai vivendo, ti mettono in connessione con qualcosa che trascende il presente nel momento stesso in cui lo definiscono. Più avanti, sono (fanno) qualcosa di più: contengono quel momento in un presente differito, rendono la memoria un luogo nuovamente percorribile, ti regalano a un tempo l’illusione della persistenza di quel presente e la consapevolezza cruda di quanto sia ormai distante, una distanza che stabilisce (è stabilita da) ciò che sei diventato.

Una canzone che canticchio al mattino può sembrare una sciocchezza insensata, e in gran parte lo è, ma è una sciocchezza che implica molte cose. Anche per questo conta, conta moltissimo, ciò che ascoltiamo. Per questo una canzone è una canzone ma non è solo una canzone. Per questo il consiglio da parte di chi, raggiunta la mezza età, si trova a canticchiare vecchie canzoni al mattino, non può che essere: sceglietele con cura.

Qui tutte le Awakening Songs

3 commenti

  1. aaargh, oddio… i Tears For Fears!!
    : (((
    per fortuna nel 1985 ascoltavo tutt’altro, tipo New Day Rising…
    ari-aaargh!!!! mi tocca ritrattare l’affermazione che sei il critico musicale italiano che preferiscoooo!
    : )
    vabbè, nessuno è perfetto. non so se l’hai visto ma il tuo racconto “Tartarughe” a smosso parecchie riflessioni su Prosenze. ti copioincollo il link http://neobar.net/2017/12/02/prosenze-inquietanti-novembre

    Piace a 1 persona

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