Le conversazioni, la metro, eccetera

Capita di leggere libri di conoscenti social. Lo si fa per amicizia, appunto, ma anche per curiosità, per misurarsi un po’ più a fondo, per confrontarsi le sfaccettature. Sono letture, in genere, amichevoli.

Leggere Conversazioni sentimentali in metropolitana (Castelvecchi) di Elena Bibolotti è stato invece una specie di colpo al cuore prolungato. Tanto che, a fine lettura, mi è rimasto – come dire? – tra le dita uno stupore. Una domanda. Questa: com’è possibile che di questo libro, in questi giorni di prevaricazione di genere assurta a questione cruciale (finalmente), si sia parlato così poco? Di questo libro così potente, così asciutto e crudo? E scritto pure bene?

Mistero. O forse no. Solo il mistero buffo del “così vanno le cose, così devono andare”.

Perciò, ho sentito di doverla scrivere, una recensione. Per fare qualcosa, nel mio (molto) piccolo. Ecccola.

conversazionisentimentali

Carola è una circa quarantenne che indossa una scorza agile, disinvolta e scafata sopra le vecchie ferite: il padre morto all’improvviso, un matrimonio frettoloso da cui è uscita tradita, malmenata, economicamente rovinata. Mortificata nel suo essere donna. E alcolizzata. Il suo (facoltoso) analista la salva, lo fa così bene che diventano amanti. Ed eccola, la scorza di Carola: un equilibrio recuperato con tenacia (dichiara più volte di essere “un’alcolista sobria”) e una condizione di amante-mantenuta che le permette di ripianare i debiti e seguire il proprio estro di blogger e scrittrice di racconti erotici.
Ma avviene un incontro che stravolge questa specie di quiete. Accade, non a caso, in metropolitana, la metropolitana di Roma, non-luogo in cui si sfiorano e scozzano vite che si consumano su piani diversi, a diverse velocità (ogni capitolo porta il titolo di una fermata della metro). Carola s’imbatte in Lara, una diciottenne (forse) dalla normalissima problematicità, dai sogni e dagli interessi registrati sul basso profilo catodico, succube del fratello-pappone ma pure capacissima di ricaricarsi il telefono a marchette e farsi perdonare un furto al supermercato spompinando l’agente della sicurezza.

Sulla pelle di Lara ci sono dei lividi che la ragazza tenta di dissimulare e che Carola intuisce, vede, riconosce. S’instaura così uno strano legame, di reciproco affetto, un legame equivoco, ambiguo, tanto da non riuscire a capire chi abbia bisogno di chi, e di quale tipo di salvezza. Per Carola, che narra in prima persona, Lara diventa una sorta di ossessione, anzi una missione, come se intuisse di doverla salvare dallo stesso destino da cui ha saputo (forse) scampare.

Elena Bibolotti scrive con durezza e dovizia di dettagli, non divide i colpevoli dagli innocenti, le vittime dai carnefici, non fa sconti alla retorica benpensante perché sa che guardare in faccia la realtà è l’unico modo per sperare di poterla accettare e, forse, governare. La sua visione della femminilità, in questi giorni che vedono la molestia di genere diventare questione globale, non solleva le donne dalle loro debolezze, non le assolve a prescindere. Ed è proprio per questo che il suo modo di puntare l’indice contro l’abito mentale e culturale che vuole la donna sottomessa in modi e forme diverse – non sempre visibili, non sempre decifrabili – possiede una forza dirompente.
A differenza di troppi blogger che facilmente pretendono la qualifica di (e vengono fatti passare per) scrittori, la Bibolotti è sì una blogger ficcante ma innanzitutto una scrittrice vera, di cui già avevo apprezzato la raccolta di racconti Pioggia dorata. Sulla distanza del romanzo dimostra però di sapere fare anche meglio: i personaggi, anche quelli secondari, escono dalla pagina, si muovono coi loro normalissimi vizi di forma, si definiscono in relazione al loro sentire evidente e segreto, al gioco (al giogo) delle convenzioni.

Ho detto che Carola è la protagonista, ed è vero. Ma c’è un altro protagonista, forse prevalente, ed è il suo punto di vista di donna contemporanea, l’asciuttezza con cui si accetta come individuo e non come proiezione di un ideale (a scelta) o di un ruolo. La Bibolotti è spietata nel riportare tutte le sfaccetatture del sentire di Carola, particelle di educazione, convenzioni e manie messe a macerare in un brodo di desiderio e timore. Perciò Carola è così vivida, così formicolante, un individuo che lotta incessantemente per diventare se stessa e non accetta – rabbiosamente non accetta – l’idea della resa, la propria e quella delle “sorelle”.

Conversazioni sentimentali in metropolitana è un romanzo che s’insinua a cuneo in una questione cruciale del nostro tempo, finalmente assurta al rango di bruciante attualità. È un romanzo che non dovete perdervi.

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