La solita coda (e Sufjan Stevens)

La solita coda al mattino, in attesa che i pullman blu si svuotino. Sono fermo a metà di una discesa lieve, tra curve morbide circondate da pini altissimi. Dietro ai pini, giù a valle, gli impianti sportivi e, più avanti, gli edifici dell’Istituto Tecnico. Se ci penso, quando ci penso, ogni volta mi sembra strano: è la scuola che ho frequentato, nella quale mi sono diplomato, trent’anni fa. E si trova a pochi passi dall’ufficio in cui da anni ormai lavoro. Era un Istituto grande già all’epoca, ma non così grande: ricordo d’essermi incantato più di una volta – durante le lezioni – a guardare il contadino che arava il terreno coltivato poco distante, lì dove oggi sorgono le ali nuove del plesso scolastico.

Il piede esercita una pressione costante sul freno, un gesto di cui quasi non mi rendo conto. La solita coda al mattino, in attesa che i ragazzi siano scesi dai pullman. Altri ragazzi intanto percorrono i marciapiedi, da entrambi i lati della strada: hanno le mani affondate nelle tasche dei piumini, i volti pallidi di freddo, le cuffiette in-ear o le cuffie on-ear, gli sguardi senza presa sul presente. Qualcuno parla, qualcuno ride. Più che camminare, sembrano assecondare la forza di gravità, la direzione verso cui devono andare a finire.

Finire.

Chiuso in auto, nel bozzolo del microclima surriscaldato, ascolto il nuovo album di Sufjan Stevens. The Greatest Gift è una raccolta di remix, demo e outtake del precedente, bellissimo Carrie & Lowell, il disco che il cantautore di Detroit ha dedicato alla memoria (e alla morte) della madre. Uno di quei lavori che ti si piantano dentro come una ferita, rimarginata ma ancora lì, con la sua impronta di dolore, di strappo nella carne: un monito e un confine tra l’idea di te e quel che sei.

the greatest gift

Essenziale, perlopiù acustico, strutturato su un’intimità eterea e brulicante di sussulti, Carrie & Lowell trova nei remix di The Greatest Gift una collocazione diversa ma simile, una ri-collocazione tecnologica che non significa semplicemente “modernizzazione” ma un tentativo di sintonizzare le stesse frequenze con un altro impianto. Cambia l’angolazione e il contesto sonoro, certo, ed è un po’ come se variasse la gamma cromatica di certe vecchie fotografie, assieme a ciò che proviamo guardandole, mentre le stropicciamo fra le dita.

Chiuso in auto, nell’abitacolo ermetico, l’aria calda che pompa dalle bocchette, osservo i ragazzi che camminano sui marciapiedi. Le loro espressioni sono inerti ma – come dire? – custodiscono una promessa che non so interpretare.

Ed ecco: la voce di Sufjan è un soffio sopra la trama sintetica che riveste la nuova versione di Death With Dignity

Spirit of my silence, I can hear you
But I’m afraid to be near you
And I don’t know where to begin

La luce rossa di fronte a me si smorza di colpo, i freni vengono rilasciati, la coda riprende a muoversi. Vedo il pullman blu, cinquanta o sessanta metri più avanti, che ha ormai ripreso la marcia a pieni giri. Alzo il piede dal pedale del freno, assecondo la gravità.

L’indifferenza sui volti dei ragazzi mi consola, mi fa male.

But every road leads to an end
Yes, every road leads to an end

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