Steven Smith, oppure Elliott

Avevamo due cose in comune, io e Steven Smith: l’anno di nascita e la lettera iniziale di nome e cognome. Vabbè, nient’altro. Lui, chissà perché, odiava il fatto che nome e cognome iniziassero con la stessa lettera, la esse. Così decise di cancellare Steven e ribattezzarsi Elliott, come una via di Portland, sua città adottiva.

Inoltre, nello stesso periodo – era poco più che adolescente – si fece tatuare su un braccio la sagoma del Texas, stato in cui abitavano la madre e il patrigno. Non si trattava di una dichiarazione di affetto o appartenenza, no. Al contrario, lo fece per imprimersi sul corpo/memoria il segno di ciò da cui stava fuggendo: sua madre, il suo patrigno, il Texas.
Un nome negato, un tatuaggio per rinnegare: una doppia, netta dichiarazione di non-appartenenza. Due falsi movimenti per tentare di mettere assieme una nuova idea di sé. Un’idea che non fu mai abbastanza solida, resistente.

Ho scritto due articoli monografici su di lui. Uno lo trovate su Sentireascoltare, l’altro lo scrissi per il Mucchio e adesso è ospitato su Pensierosecondario. Scriverli è stato bello, trascinante e anche un po’ – facciamo pure: molto – doloroso. Come erano, sono e sempre saranno le sue meravigliose canzoni.

Sempre su Pensierosecondario ho pubblicato anche un racconto ispirato a lui e qualche considerazione sui 25 anni dall’esordio Roman Candle

Qui sotto una versione live della sua canzone che più amo

 

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