Venti centimetri

Il riff di Keith Richards lo coglie di sorpresa. Steven abbassa il libro – un romanzo che lo ha incuriosito perché la fascetta recita “Il ritorno del grande dramma fantapolitico” – e fa vagare lo sguardo di fronte a sé, interdetto. Accanto a lui, Jennifer alza la testa dal laptop. Sulle lenti degli occhiali grandi da lavoro balenano riflessi azzurrini.

«Non rispondi?»

Steven rimane immobile per pochi secondi, durante i quali si limita a socchiudere le labbra. Jennifer indica il tavolino da fumo su cui lo smartphone sussulta a scatti brevi continuando a diffondere Jumpin’Jack Flash degli Stones a volume crescente.

«Hai cambiato la suoneria?»

Steven scuote la testa.

«No. Questa è una vecchia suoneria. Saranno almeno quattro… Cinque anni che… »

Il telefono ammutolisce di colpo. Solo la piccola intermittenza azzurra del led di notifica ne segnala una qualche attività residua. Steven posa il libro sul cuscino che lo separa da Jennifer e si china ad afferrare l’apparecchio. La chiamata persa è di un numero sconosciuto.

«Non capisco.»

«Chi era?»

«Qualcuno che ha sbagliato, forse. Non ce l’ho in rubrica.»

Jennifer distoglie lo sguardo dal laptop.

«Cos’è che non capisci?»

«La suoneria.»

«È semplice, l’avevi associata a dei numeri in rubrica. Anche se poi l’hai cambiata, è rimasta l’associazione.»

«Ti ho detto che non ce l’ho in rubrica, questo numero. Neanche ricordavo di avere ancora la canzone nel telefono. E comunque non ho mai associato suonerie ai numeri.»

«Sicuro?»

Lo smartphone emette uno schiocco breve e compresso che fa sussultare Steven. Il display si illumina.

«Un sms.»

«Non dirmelo: te lo manda quel numero misterioso.»

Il volto di Steven si incupisce mentre le pupille danzano con minuscoli scatti laterali.

«Si firma Charly. Mi invita a scendere giù al Magnolia, fra un quarto d’ora.»

«E tu non sai chi è.»

Steven prende un respiro più lungo, sbatte le palpebre.

«Ne conoscevo uno, tempo fa.»

Jennifer sorride e torna a digitare sul laptop.

«Bene, mistero risolto.»

«No, non credo.»

«Perché?»

«È morto.»

***

Steven alza il bavero della giacca. Si è fatto sorprendere da un vento capriccioso. Per strada non c’è quasi nessuno. Sono tutti in centro, pensa, quei pochi che non si rassegnano a passare in casa un freddo dopocena di novembre. Di martedì, poi. L’insegna del Magnolia manda riverberi bluastri, dalla vetrina si irradia una luce calda ma fioca, spossata. Steven si volta, cerca con lo sguardo la finestra del suo appartamento sulla facciata del palazzo all’incrocio col viale. La riconosce e pensa con una fitta di rammarico a Jennifer nel salotto al settimo piano, all’espressione preoccupata del suo volto quando l’ha salutata. Si era offerta di accompagnarlo, ma lui ha scrollato le spalle. Le ha detto che sarà stato qualcuno con cui ha avuto a che fare negli ultimi mesi, qualche organizzatore di eventi di una tra le tante associazioni o circoli culturali, non era il caso di chiedere chiarimenti. Ha risposto di sì al messaggio ed è andato a cambiarsi d’abito. Chiudendo il portone ha gettato un ultimo sguardo sul volto di Jennifer. Lei ha ricambiato restando immobile e silenziosa, la linea delle labbra tesa come un elastico. In ascensore Steven si è chiesto se quella di Jennifer fosse realmente preoccupazione, o se fosse invece la propria inquietudine che si proiettava sul volto di lei, indurito dagli anni e dalle responsabilità.

Decide che non è più il caso di aspettare né di far aspettare ed entra nel Magnolia. Un uomo, seduto a un tavolo laterale, gli fa cenno di raggiungerlo. È più giovane di quanto potesse attendersi. Ha il volto pulito, i capelli che pennellano due ciuffi folti sulle tempie, occhiali dalla montatura di celluloide scura e spessa. Avvicinandosi, Steven nota che agli occhiali manca la lente destra. L’uomo si alza, gli stringe la mano con calore e lo invita a sedersi.

«Ne è passato di tempo, Steven.»

La sua voce è pacata, musicale.

«Immagino di sì. Così tanto tempo che non credo di…»

L’uomo annuisce.

«Certo, certo. Capisco. Non pretendo che ti ricordi di me. È normale.»

Steven si siede, mentre un’onda di tiepida rassicurazione gli invade il petto.

«E quindi, quando ho avuto il piacere…»

«Oh, non più di due mesi fa.»

«Soltanto?»

L’uomo annuisce energicamente.

«Non c’è da stupirsi, Steven. È normale. E comunque non è importante.»

«Cosa?»

«Dimenticarsi di me.»

La cameriera del Magnolia ha preso posizione accanto al tavolo, togliendo a Steven la possibilità di spremere una risposta dallo sconcerto che gli si arrotola in gola. L’uomo ordina un Negroni, Steven un caffé nero.

«Mi scuso per questo,» fa l’uomo indicandosi la lente mancante non appena la cameriera se n’è andata, «non so come sia successo. Forse la montatura si è allentata. Mi è caduta tra i piedi non appena sono sceso in strada, questa mattina. È andata in mille pezzi. Non ho avuto il tempo di rientrare a prendere il paio di scorta.»

«Una giornata… Impegnata.»

«Oh, come sempre, Steven. Come sempre.»

«Non ti chiami Charly, vero?»

L’uomo sogghigna, tiene la meni unite sul tavolo. I neon verde menta del Magnolia riverberano sulla pelle degli zigomi.

«Un nome vale l’altro, no?»

«Con chi ho il piacere, allora?»

«Sono l’ago nel pagliaio. Anzi, no: sono il buco nero nel cappuccino, quello in cui sparisce il biscotto.»

«Come?»

«Lo sai, no? Il biscotto cade nella tazza e non riesci più a pescarlo. Svanito. Dissolto. Nel cappuccino.»

Steven osserva l’occhio destro dell’uomo. Cerca il riflesso di un’ironia che non trova.

«Cosa significa?»

«Significa che…», l’uomo si zittisce, aspetta che la cameriera abbia depositato il Negroni e il caffè sul tavolo, poi pianta uno sguardo divertito su Steven. «Significa che non conta quello che hai fatto o farai, quello che impari, che fingi di imparare. Quello a cui ti aggrappi giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno. Resterai sempre uno straniero nella tua stessa vita.»

Steven inspira, scuote la testa. Afferra la tazza e sorseggia il caffè.

«Non credo di capire.»

«Tutto è senza senso.»

«Senti, io… »

«Sei in debito con me, Steven.»

«Che tipo di debito?»

«Quello che non ricordi.»

Steven ferma lo sguardo sul bicchiere di Negroni che l’uomo non ha toccato.

«Di cosa stai parlando?»

«Di quello che credi di esserti lasciato alle spalle. Eri in un vicolo cieco, ma ne sei uscito. Non doveva andare così.»

«Questa conversazione non mi sta piacendo. Credo che tornerò a casa.»

«Oh, no. Non ci tornerai.»

«Prego?»

«Hai fatto la tua scelta. Non ci tornerai.»

«Mi stai minacciando?»

L’uomo si sporge in avanti, fin quasi a sfiorare il viso di Steven.

«Entro due minuti, forse tre, lo psicofarmaco disciolto nel caffè ti renderà estremamente docile. Insensibile. Mi seguirai come un cucciolo.»

Steven osserva la tazza, preme la lingua sul palato senza avvertire alcun sapore anomalo.

«Cazzate. Non puoi averlo fatto. Non ne hai avuto il tempo.»

«È vero. Non ne ho avuto il tempo. Ma non importa. Mi seguirai lo stesso, vero?»

***

Camminano fianco a fianco lungo strade sempre più buie e vuote. Il passo di Steven regolato su quello dell’uomo, attardato di una frazione di tempo impercettibile. L’uomo tiene la testa alta, l’espressione quieta. Steven segue le geometrie corrose del marciapiede, registra la parte bassa delle vetrine spente. Camminano per molti minuti che non lasciano traccia nella memoria. Raggiungono un vicolo senza illuminazione, sormontato dal retro di palazzine alte e cieche. L’uomo afferra dolcemente l’incavo del gomito di Steven, lo conduce oltre i bidoni di raccolta delle immondizie. Lo spinge contro una parete di mattoni, sporca e corrosa dal salnitro. Toglie gli occhiali e li ripone nel taschino della giacca. Avvicina le labbra al volto di Steven, gli occhi negli occhi.

«Non c’è nessuno qui.»

Steven annuisce appena.

«Non c’è nessuno», ripete.

L’uomo gli rivolge un sorriso morbido.

«Nella mia mano ho un coltello.»

«Un coltello.»

«Sì. Un coltello da cucina. La lama è lunga venti centimetri.»

«Venti centimetri.»

«Ti attraverserà il cuore.»

«Il cuore.»

«Ma devi aiutarmi.»

«Sì.»

L’uomo solleva il coltello, lo tiene rivolto verso l’alto, tra il mento di Steven e il suo. La lama è una presenza nera, senza riflessi, che Steven valuta senza alcuna reazione emotiva.

«Adesso la punto sul tuo petto, all’altezza del cuore.»

«Sì.»

L’uomo apre la giacca di Steven, sbottona la camicia e appoggia la punta del coltello sulla pelle nuda. Il volto di Steven è attraversato da una smorfia fugace.

«Devi dirmi se lo senti sul cuore.»

«Sì. È sul cuore.»

«Sei sicuro?»

«Posso sentirlo. È sul cuore.»

«Bene. Adesso inizio a spingere. Tu mi aiuterai.»

«Ti aiuterò.»

L’uomo prende con la mano sinistra la destra di Steven. La accompagna sul manico del coltello. La stringe.

«Senza nessuna esitazione.»

«Nessuna.»

Iniziano a spingere. La lama affonda lentamente, facendosi strada fra le costole. Le labbra di Steven si schiudono, si rapprendono in una postura sorpresa. L’uomo si sporge in avanti, accosta le labbra all’orecchio di Steven. La sua voce è un sussurro tiepido.

«Non c’era nessuno psicofarmaco nel caffè, lo sai.»

Il volto di Steven trema.

«Lo so.»

«Muori per i tuoi peccati.»

«Sì.»

«Non devi volermene, Elliott. Sono solo un messaggero. Una malattia.»

«Non mi chiamo Elliott.»

«Eri solo un messaggero. Una malattia.»

Le palpebre di Steven cedono, la testa si accascia dopo un sussulto.

«Lo so.»

Crolla a terra lentamente, strisciando sul muro. La giacca si chiude sulla camicia intrisa di sangue caldo e scuro.

Non c’è nessuno nel vicolo, oltre a lui.

Non c’è nessuno.

6 commenti

  1. Cosa devo fare adesso? Sono letteralmente crollata a terra e in lacrime … e non si fa così. Scusa … io ho pure percepito la lama penetrare e affondare, devo riprendermi. Poi commenterò se ci riesco. …

    Piace a 1 persona

  2. Echo Park. Depressione. Malinconia … io non ce la faccio a parlare di lui. Non riesco nemmeno ad ascoltare le canzoni per via della sua voce melanconica. A volte il rock sa infierire! Scusa ci rinuncio. 😔 mi son presa troppa confidenza lo so scrivendo in questo modo ma… devo andare. Saluti.

    Piace a 1 persona

      • Sai cosa mi fa rabbia di tutta questa storia… che la “grandezza” debba essere misurata dalla sofferenza e dalla “perdita” lui era già “immenso” col respiro. Sta cosa mi ha fatto postare Jeff… senza dire mezza parola. 😫 riguardati… c’hai un’età 🤗

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...