Crinali (40 anni eroici)

E così sono 40 anni anche per Heroes. Come li ha compiuti Low, del resto, lo scorso gennaio. Già, perché il 1977 di Bowie fu pazzesco, incredibile, sovrumano. Non si limitò a pubblicare questi due dischi fenomenali, in pratica prese per mano la carriera di Iggy Pop producendone i suoi album solisti più significativi (The Idiot e Lust For Life), per poi accompagnarlo persino in tour come tastierista. Possiamo quindi ragionevolmente affermare che Bowie, mettendo la firma su questi quattro dischi nel solo 1977, fece per la musica di quegli anni (e oltre) più di quanto non abbiano fatto molti suoi colleghi nel corso di tutta una carriera. Esagero? Può darsi.

Se esagero, è perché di quei suoni continuo a essere pervaso, da quei suoni continuo a essere stregato. Da quelle canzoni. Dalla quadratura tra suoni, canzoni, copertine, volti, luoghi, crinali della Storia. Da quello che le cronache hanno tramandato delle sessioni di incisione. C’era, in quel Bowie, la consapevolezza profonda dell’incidenza che la sua musica poteva e doveva avere sui giorni in cui avrebbero visto la luce, sul tempo che le stava generando. Affidandosi ai “metodi” di Brian Eno, Bowie lanciò una sfida cruciale alle prassi del controllo sulle fasi di produzione che erano ormai sedimentate, preferendogli una programmatica mancanza di controllo. Considerata l’ambizione e la complessità della proposta, questa scelta rappresentò una rottura molto più netta e gravida di conseguenze di quella coeva del punk.

La vibrazione imprendibile, eterea e scabra, estatica e minacciosa che sostanzia Low e Heroes è conseguenza diretta di questo cercare soluzioni senza possederne la mappa, senza ricette precostituite. Un avventurarsi che ancora oggi ti invade il petto, ti lascia senza parole per descriverlo. Come pezzo pop, “Heroes” è monumentale proprio per la sua natura anomala, tanto dal punto di vista strutturale che – soprattutto – sonora. Con il suo successo ormai quarantennale dimostra che inseguire i gusti consolidati – consueti, banali – del pubblico è una strategia redditizia nell’immediato però miope nel lungo periodo, destinata a inaridire il campo delle possibilità. Tutto Heroes – l’album – è un ammaliante e insolito delirio pop, una teoria di svolte stilistiche sconcertanti che schiudono possibilità esotiche e oscure, ti incantano senza spiegarti fino in fondo il loro mistero.

Quando ho scoperto questo disco, nei primi anni Ottanta, avevo 13 o 14 anni. Me lo aveva duplicato in cassetta una sorella maggiore di un amico, se non ricordo male: in ogni caso, a lei andrà per sempre la mia gratitudine. Credo di averla fatta girare ogni giorno di un’intera estate, quella cassetta. Anche più volte al giorno, nel mio walkman da poco. Mi piaceva in particolare ascoltarla la sera, seduto in terrazza, accompagnando il tramonto e l’oscurarsi del cielo con Joe The Lion e Sons Of the Silent Age che innescavano strani processi incendiari tra prospettive e rimpianti immotivati, con il rollercoaster atmosferico ed emozionale tra Blackout e Moss Garden, in ogni caso fingendo, ogni volta fingendo, di non sentire mia madre che mi reclamava per la cena, di non sentire più come sentivo prima, come mi sentivo.

C’era, in queste canzoni, l’avventura di perdersi, sentirsi e diventare. Senza garanzie o conforto: un mettersi in gioco che ampliava il campo e le regole, ti consegnava al livello successivo, a un ignoto scoprire. C’era, in queste canzoni, tutto quello che non sapevo di poter essere, di voler cercare.

Il rock era anche questo. Chissà se il rock, oggi, se lo ricorda.

***

Della fase “berlinese” di Bowie ho scritto nella seconda parte di questo lungo monografico a più mani su Sentireascoltare.

6 commenti

  1. “Se esagero”… chiedi, ehm… mmmm… a me verrebbe da rispondere di sì, almeno un pochino.
    : ))))
    intendo, Low e Heroes sono sicuramente i migliori album di Bowie in assoluto, ma nonostante questa tua ottima recensione commemorativa, resto dell’idea che allora – in proporzione – il “voto” per album più o meno coevi di Talking Heads, Suicide, Clash, Residents, Ramones e compagnia bella dovrebbe superare il 10.
    : )

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    • Limitando il discorso all’influenza sulla musica a loro contemporanea e successiva, tutti quelli citati sono nomi importanti, anzi fondamentali. Ma continuo a pensare che l’influenza di Bowie sia stata maggiore, forse al pari dei Ramones quanto a epigoni. Come valore dei singoli album, de gustibus 😉

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    • Low e “Heroes” sono TRA i migliori dischi di Bowie in assoluto ma ce ne sono molti altri che non sono da meno, per rimanere nello stesso periodo Lodger e Scary monster ma non posso tralasciare Ziggy stardust e nemmeno Hunky Dory e poi Outside e The Next Day e anche Blackstar, insomma è una figura che in ambito musicale e artistico ha influenzato e attraversato mondi diversi e anche distanti tra loro. Sinceramente mi sembra che quelli che hai citato siano pregevoli ma finita lì

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      • Ok, di album belli Bowie ne ha sfornati, lo sappiamo. Più belli di Low e Heroes? Può darsi. Ma qui entriamo nel campo dei gusti personali, e si sa che le predilezioni, i gusti, non si discutono. Ad esempio, tra quelli che citi, Ziggy e Hunky Dory sono tra i miei preferiti. Li amo incondizionatamente. E che dire di Station to Station? Ma chiudiamola qui, il punto del mio post è un altro.
        Low e Heroes sono, oltre che due capolavori (a parere mio e non solo), due album che definiscono una dimensione in cui decine di grandi band new wave si muoveranno negli anni successivi. Quei due album definirono questa dimensione (Bowie lo fece) mentre tutto intorno – in quel 1977 – si consumava la rivoluzione dei minimi termini del punk.
        Quanto a Ziggy Stardust, dovendo fare un confronto a titolo di esempio, è sì un album enorme, ma si mosse sostanzialmente in un solco tracciato per primo da Bolan coi T.Rex. Lo fece alzando l’asticella, certo, ma comunque muovendosi in una dimensione già esistente. Il glam o glitter era quello che stava accadendo. Una dimensione che nel volgere di un anno, due al massimo, si sarebbe già esaurita. Mi limito a questo esempio.
        Di quello che sostanziava Low, Heroes e persino Lodger, la musica si sarebbe invece nutrita per anni. Perciò sono album importantissimi, e non solo “pregevoli”. Più importanti degli altri che citi (pure se anch’essi meravigliosi).
        Il senso del mio post, che non voleva stabilire classifiche nell’ambito del repertorio di Bowie, è più o meno questo.

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