Connessioni ripristinate: Dream Syndicate e Neil Young

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Al rientro dalle vacanze ho trovato ad attendermi una sorpresa: la mia connessione ADSL agonizzante. Ho subito contattato l’operatore telefonico che si è adoperato in un sollecito intervento tecnico risolutore. Dopo il quale, la mia ADSL è morta. Definitivamente.

Nel momento in cui scrivo, l’esame autoptico non ha ancora indicato le cause del decesso. Mentre l’indagine prosegue, sto lentamente elaborando il lutto. In altre parole: mi sto rassegnando. Settembre mi ha visto quindi ripristinare abitudini che credevo perdute, modalità che non esiterei a definire “anni Novanta”. Ad esempio, leggo riviste cartacee. Faccio telefonate¹. Pensate: guardo persino la TV. Con moderazione e un pizzico di diffidenza, certo, ma: la guardo.

Tuttavia, non è tra questi che va ricercato il gesto più anni Novanta che ho compiuto. Che è stato invece recarmi in un negozio di dischi – quello che frequento da una vita – e comprare due cd. Ora, nel mio personalissimo microcosmo biografico, la madre di tutti i gesti anni Novanta è comprare un cd. E ne ho comprati due. Non capitava, sul serio, da anni. Intendo molti anni. Forse dai primi anni Duemila, quando ancora mi muovevo nel mondo dentro un bozzolo di abitudini, visioni e modalità anni Novanta, pur sporgendomi su prospettive che sapevo rivoluzionarie.

Non so bene quali meccanismi si siano messi in moto, a parte quello più evidente, ovvero la difficoltà di accedere alle piattaforme di streaming. Fatto sta che ho provato dopo anni la voglia abbastanza impellente di comprare i nuovi dischi dei Dream Syndicate e di Neil Young. Due dischi molto diversi, e non intendo solo stilisticamente. Persino opposti se consideriamo il modo in cui si relazionano con il tempo, ma da questa tensione nei confronti del tempo in qualche modo accomunati.

Da una parte c’è la penna di Steve Wynn che si concentra, come egli stesso ha dichiarato, sulla presa di coscienza degli antichi personaggi incontrati in dischi come The Days Of Wine And Roses, i quali d’improvviso si ritrovano qui, in questa seconda decade di terzo millennio, e si chiedono, appunto, How Did I Find Myself Here? Dall’altra c’è una registrazione d’archivio di Young effettuata in una notte del 1976 per un album acustico che non ha mai visto la luce, ragion per cui questo Hitchhicker raccoglie la versione unplugged di canzoni poi finite in altri dischi con arrangiamenti anche molto diversi. Se nel primo opera una sorta di finzione narrativa (anche se non è un concept album), nel secondo siamo di fronte a un’operazione di recupero filologico che, in un certo senso, tenta di gettare luce su una verità alternativa. In entrambi i casi, gli autori mettono se stessi in gioco in una partita che sanno di non poter vincere, che hanno già perduto, ma di cui conoscono le regole proprio in virtù delle loro capacità espressive, del loro talento. Sanno, Young e Wynn, che la frizione tra tempo e vita può diventare – diventa – una connessione nell’esercizio dell’espressione artistica.

 

Ripristinando la ragione sociale Dream Syndicate, Wynn chiama a raccolta il codice acido del Paisley Underground, quella mischia tra visioni residue Sixties e disincanto acre anni Ottanta, e lo spalma sul presente indagato con sguardo adulto anzi maturo, oltre il turning point del compiuto quindi, nella dimensione dell’irrimediabile, dove l’orizzonte più avventuroso coincide sempre più con una consapevolezza libera dal rimpianto, o – se preferite – con una metabolizzazione positiva del rimpianto, che lasci margine a ciò che la vita può ancora essere e dare. Con Hitchhicker il loner canadese supera la proverbiale ritrosia nel rendere pubblici i tesori del suo (pare) vastissimo archivio di inediti e ci propone una rilettura struggente dai risvolti ucronici di otto pezzi noti e due inediti, dieci esecuzioni che riescono a pescare forza in un pozzo di fragilità, conferendo un senso rinnovato, forse persino più pieno, a classici come Powderfinger e Ride My Llama.

La connessione tra questi due dischi così distanti per i motivi suddetti, mi appare evidente: è il modo in cui significano in un frangente tanto critico per il rock, in questi anni di rock che ha perso la connessione col presente, in cui la maggior parte di dischi e canzoni rock sembrano trasmessi in differita da una stanza degli specchi in cui senso e riflesso si confondono, disperdendosi in una autoreferenzialità confortevole e quasi sempre innocua. Il senso di Hitchhicker e How Did I Find Myself Here? sta, a mio avviso, nel modo in cui tolgono la maschera al tempo e lasciano intravedere la vita che, sotto, scorre, consumando prospettive individuali e collettive, sgretolando illusioni, ispessendo consapevolezza.

Un verso di Powderfinger recita:

so the powers that be left me here to do the thinkin

Nella versione embrionale contenuta in Hitchhicker – che ne riconduce il pathos epico in un alveo frugale, da ballata che sboccia sotto il front porch alla luce tremolante delle lampade a petrolio – questa frase sembra incrinarsi in mille crepe da cui esalano fatalismo, rimpianto, conseguenze, abbandono, rabbia e chissà quale altra cosa. Sembra, mi sembra, di aver sempre amato questa canzone perché sapevo che prima o poi mi sarebbe capitato di sentirla così, nel tempo e nel modo giusto. Nel qui e ora, dove sono stato lasciato, opportunamente abbandonato: a pensare alle connessioni perdute.

 

 

¹ molte delle quali al 187, equamente divise tra Italia e Romania, e qui lasciatemi spendere una nota di ammirazione per l’approccio decisionista delle operatrici rumene, che pure ahimé non hanno saputo districare l’enigma della connessione scomparsa

5 commenti

  1. Ascoltare Hitchhicker mi ha fatto sentire coccolato dalla presenza di Neil, con la consapevolezza che lui c’è e ci sarà sempre.
    L’opera di restituzione di vecchie registrazioni, tramite il progetto Archives, a mio avviso va a sposare quello che scrivi nelle ultime righe. Credo che quando sarà il momento di Homegrown, la sensazione sarà maggiore.
    A mio avviso, in generale, la riscoperta da parte di Neil tende a valorizzare ulteriormente un processo creativo molto fervido in quegli anni (talvolta anche incompreso), dove venivano “scartate” canzoni che oggi appaiono come delle gemme in confronto all’aridità del panorama musicale attuale.

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  2. Ti avevo letto ma non commentato a quanto pare… e forse so il perché. Quel “è “stato”quando il rock era grande” riferito a Young mi ha un po’ urtata. Per me resta grande comunque. Anche in un album come l’ultimo di “transizione” Young non ha necessità di farsi notare… Young si esprime in base ai suoi stati d’animo e ai suoi ricordi e forse alle sue pulsioni di cavaliere errante attempatello. Quanti “grandi” della musica ci stanno lasciando… opinioni semplici e molto personali le mie. Non sono in grado di fare recensioni musicali ma sono capace di esprimermi per come io “sento” la musica…🙂

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  3. non ho (ancora) ascoltato “Hitchhicker” (a pelle l’avevo bollato come operazione di marketing, ma quello che mi dici/scrivi qui mi fa ricredere). circa “How Did I Find Myself Here”, i retroscena che citi, in effetti chiudono il cerchio delle mie sensazioni, già adeguatamente “istradate” dallo splendido video di “Circles” (non a caso linkato sul musicazzotto), ma tutto l’album dei nostri *vivissimi* zombies è parimenti di notevole caratura.
    mi piace l’idea di una “dimensione dell’irrimediabile”, in due parole estrae il nucleo polposo del “quando stiamo andando”…
    : )

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