L’ultima tentazione da disco

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Fanno 25 anni oggi, un quarto di secolo, dall’uscita di Hit To Death In The Future Head, quinto album licenziato dagli ineffabili Flaming Lips. Pensarci, a questa voragine di tempo, mi stranisce un bel po’. Soprattutto, mi fa tornare in mente un episodio legato a questo disco. Una storiella emblematica, accaduta in realtà qualche anno più tardi, attorno al Duemila, quando i negozi di dischi erano ancora più o meno il varco dimensionale che trasformava le aspettative dei rockofili in meraviglia o delusione, alimentando un flusso sfaccettato di nuove aspettative da realizzare, con difficoltà e costi che rappresentavano un autentico percorso di formazione.

Si scolpiva l’immaginario, s’impastava il fantastico, nei negozi di dischi. Si costruivano identità saldando l’appartenenza a un codice espressivo che, disco dopo disco, rivelava fondamenta profonde, ramificate, avventurose. Uscire dall’ufficio e fare un giro in centro a Firenze, anziché tornare subito nella mia cittadina molto periferica e irrimediabilmente natale, era più di un’abitudine: era respirare, riempire il serbatoio, pasturare il mostriciattolo. Stavo appunto spulciando tra gli scaffali di uno dei tre negozi che avevo l’abitudine di bazzicare, in un tardo pomeriggio che ricordo caldissimo di quasi estate, quando mi trovai tra le dita Hit To Death In The Future Head.

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Lo sollevai incredulo, ammirando la copertina: poco sopra il water bardato a pois ipercromatici, campeggiava un’etichetta con su scritto a mano, la grafia pressoché indecifrabile, IMPORT. C’era anche il prezzo, ed era alto. Molto alto. Ma si trattava pur sempre di un cd dei Lips, cazzo. Un disco di quei pazzi dell’Oklahoma che erano riusciti a rosicchiare il confine tra mainstream e alternativo grazie alla sfacciata e irresistibile She Don’t Use Jelly. Gli stessi genialoidi scellerati che un paio d’anni più tardi – nel 1997 – avevano sfornato Zaireeka, un album scomposto in quattro cd (!) da suonare quindi in contemporanea (!!). Un “quindi”, quello che avete appena letto, grosso come tutta la storia, la tecnica e la fenomenologia della musica riprodotta.

Di lì a poco, i Lips avrebbero virato verso una forma pop abbacinante con The Soft Bulletin, che di fatto avrebbe tracciato il solco stilistico (e qualche cliché) per i loro anni a venire, tanto dal punto di vista sonoro che mediatico/spettacolare. Tuttavia, anche dopo quella svolta che allargò la base dei seguaci, la band di Wayne Coyne rimaneva una sorta di figura mitologica per chiunque amasse attraversare il pelago del rock alternativo. Ragion per cui, nulla poteva lo scoglio di un prezzo esagerato contro le vele riempite dal soffio di quel cesso psichedelico e dall’aura mistica emanata dall’adesivo con la scritta “import” (quasi illeggibile). Presi, pagai e coprii la distanza fino al parcheggio con un laghetto di amarognola eccitazione nella gola, sfogliando il libretto col rischio di farmi investire mentre attraversavo strade niente affatto pedonali.

Una volta inserito il cd nell’autoradio, capii subito che qualcosa non quadrava. La musica era dei Lips, indubbiamente, ma non era come mi aspettavo. Perché sapevo, almeno un po’, cosa attendermi. Non come lo saprei oggi, con tutte le piattaforme sharing e streaming (Youtube sarebbe nato cinque anni più tardi, per dire) a rendermi disponibile l’intero scibile sonoro o quasi. Ma, insomma, ero pur sempre un appassionato. Non possedendoli e quindi non potendoli conoscere, dei dischi casomai leggevo. Poi, vabbè, le tracce erano nove e non undici. E poi, il suono. E i titoli dei pezzi, no, non collimavano. Tolsi il cd e, finalmente, lo guardai: era Due to High Expectations… The Flaming Lips Are Providing Needles for Your Balloons, un EP di qualche anno prima che qualcuno, per sbaglio(?), aveva inserito nella custodia di Hit To Death. Nell’abitacolo calò il gelo, e non era l’aria condizionata (giacché assente).

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Il primo e ovvio pensiero fu di tornare subito al negozio. Ma il secondo pensiero, un attimo più tardi, fu di andarmene a casa. Anzi, di passare subito da quel mio amico dotato di masterizzatore che… Ebbene sì, lo feci. La tentazione mi travolse, irresistibile come la spuma di un’onda, rinfrescante e tumultuosa. Duplicai il Providing Needles. Non solo: trovai in rete (nel generoso groviglio del web 1.0) la copertina e la stampai su cartoncino, ovviamente a colori. Realizzai insomma un simulacro di quel piuttosto raro EP, e me ne compiacqui assai. Il giorno dopo tornai al negozio, spiegai l’incresciosa circostanza dello scambio di cd e ben presto il dischetto giusto fu recuperato e posto tra le mie mani, con surplus di scuse del solerte commesso. Uscii dal negozio provando una felicità un po’ sporca e storta, ma comunque una specie di felicità: ero entrato in possesso di due cd dei Lips al prezzo di uno. Ero quasi euforico. Quasi. Un quasi grosso come tutto quel mio inseguire dischi per tutti quegli anni, come tutto quel mio stanarmi inseguendo dischi, inciampando nei dischi come in altrettante rivelazioni. Un quasi che mi fece rientrare nel negozio e dire al commesso: “massì, prendo anche il Providing Needles, mi fai lo sconto, vero?”

Ripensare a quel gesto, a quelle sensazioni, è davvero strano. Nel volgere di un paio d’anni (eMule, la più longeva applicazione di peer to peer, nacque nel 2002) nulla più sarebbe stato come prima. Non la brama di possesso – che sulla scorta di una febbricola tecnologica mi spingeva a identificare la copia col duplicato della copia – né l’euforia per un illusoria originalità a cui delegare la costruzione, disco dopo disco, del mio stare tra le cose del mondo. Quel rapporto materiale tra disco e identità evaporò come un archivio elettronico cestinato prima ed eliminato poi: definitivamente e con una leggerezza sconcertante. Innocua. Indolore.

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Oggi posso solo ricordare i motivi, gli impulsi profondi che dettero vita a quella tentazione (e al gesto riparatore). Ma non ne avverto più il senso. I venticinque anni da Hit To Death In The Future Head – album neppure stratosferico ma benedetto da una Halloween on the Barbary Coast che mi capita spesso di riascoltare, sentendola ancora oggi piantata tra le vertebre e il cuore – sono una crepa muta dove i pensieri girano a vuoto, imbrigliati da un’assenza di gravità, da una depressione di senso con cui non abbiamo mai fatto realmente i conti, da una mancanza (di gesti, di scoperte, di smarrimenti…) che non ha saputo trovare sostituti, finendo mimetizzata dietro a una parata di distrazioni.

Ed è giusto, infine, ripensarci grazie a un disco dei Flaming Lips, che alla forma e sostanza del supporto fonografico, alle sue mirabolanti declinazioni e le (conseguenti) derive feticistiche, hanno dedicato snodi importanti di una carriera forse discontinua, ma nel complesso formidabile.

(Dei Lips, casomai, ho scritto un sintetica monografia su Sentireascoltare.)

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2 pensieri riguardo “L’ultima tentazione da disco”

  1. fratello!!! i Flaming Lips sono tra le band che più ho amato in vita mia. eh, ero convinto di essere l’unico malato di mente qui in giro, visto che eoni fa strinsi al petto come fosse un figlio prediletto un’incredibile limited cut di “Oh My Gawd” in vinile rosso trasparente. cos’era? il 1987, direi a occhio, senza controllare… ohi, invece alla luce di quanto scrivi, mi pare proprio d’essere in buona compagnia. cheddire? si insomma, mi s’allarga il cuore a leggere e rileggere il post e la “sintetica monografia” su sentireascoltare.
    : )
    e, sottolineo, scrivo “fratello” a ragion veduta, dacché per come la vedo io, poche cose “affratellano” come aver condiviso God Waks Among Us Now, Everything’s Exploding, Jesus Shooting Heroin, Hell’s Angel’s Cracker Factory, Turn It On, Ma, I didn’t Notice, Halloween on the Barbary Coast e compagnia bella. dei Flaming Lips ho tutto, compreso il primo omonimo MLP e l’incredibile Zaireeka (ricordo come fosse ieri il delirio per mixare i 4 cd con cool edit pro …), più una miriade di sette e dodici pollici. i Flaming Lips sono uno dei pochi gruppi capaci di sfornare ben sei dischi di fila (da “Here It Is” a “Transmissions” compresi) che a mio personale giudizio sono *almeno* da 8 pieno…
    e sempre a mio personale giudizio, purtroppo, le ultimi produzioni dei nostri eroi si sono gradualmente smarrite nell’artefatto (l’ultimo album che merita una piena sufficienza è “Soft Bullettin”, a ruota uno smarrimento che nella “sintetica monografia” definisci giustamente “sintetico”. non ti faccio mistero che tra i Pink Floyd di Barrett e di Pink Floyd post Barrett, come avrai intuito, preferisco di gran lunga i primi.
    in conclusione, doveroso, un abbraccio.
    : ))

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