Qualcosa di cattivo: la magnifica anomalia Jeanne Moreau

Sono tre giorni che mi tengo dentro questa cosa. Che la sento serpeggiare. Sedimentare. Da quando cioè qualcuno ha scritto su twitter che nel volto di Jeanne Moreau vedeva qualcosa di cattivo. Non ha aggiunto altro. Un tweet, è il caso di dire, lapidario. L’ho letto, ed è stato come ingoiare qualcosa di vischioso. Non ho potuto fare a meno di leggerci un disprezzo solido. Per chi? Per cosa?

Un tweet pieno di disprezzo non è nulla di cui stupirsi. Anche in casi come questo, a cadavere ancora caldo, come si usa dire. Capita spesso, sui social, che alla catena di devozione post-mortem – spesso artificiosa, sulla scia di un contagio emotivo privo di reale sostanza – si oppongano affermazioni dure, volutamente e forzatamente sprezzanti, dissacranti. Affermazioni che si mettono di traverso, in direzione ostinata e contraria. Con l’obiettivo di inceppare il megafono. Di abbattere l’idolo. Sì, capita spesso.

In ogni caso, c’era solo quella frase, messa lì, estemporanea e transitoria come altre migliaia: qualcosa di cattivo nel volto di Jeanne Moreau. In effetti, il volto della Moreau non è un semplice volto. È un portale (lo scrivo al presente, perché è ancora lì, il suo volto, nelle foto, nei fotogrammi). Non si esaurisce nella sua funzione estetica e organica di essere volto. Allude. Suggerisce. Indica che nulla si può dire, di un corpo, che sia soltanto corpo. Né di un volto che sia soltanto un volto, o di uno sguardo che sia soltanto uno sguardo: ma anche un guardare, con tutto quello che c’è dentro, che c’è stato prima e che sta per aggredirti col suo esserci imminente. C’è qualcosa di cattivo, in questa aggressione? Forse. In tal caso, quindi, qualcosa di vivo.

Mi gira in testa da due giorni questa cosa, questa poca cosa, perché mi ha messo di fronte ancora una volta a una specificità della comunicazione (social) a cui ci stiamo abituando, istante dopo istante, irrimediabilmente. Leggiamo un post come questo – “nel volto di Jeanne Moreau ho sempre visto qualcosa di cattivo” – e ne metabolizziamo subito il senso. Approviamo, ci sdegniamo, restiamo indifferenti. Ma quale senso? Sarebbe più giusto dire che ne metabolizziamo un senso. Cosa intendeva, l’autore di quel tweet, con “qualcosa di cattivo“? Era un modo per dire che la Moreau a lui sembrava essere, intimamente, una cattiva persona? E che quindi non meritasse la poderosa celebrazione post-mortem a mezzo social che si è effettivamente verificata?

O, al contrario, è stato un modo, anche il suo, di celebrare? Di celebrare diversamente? Forse, ho pensato (in uno slancio di indulgenza neanche troppo generosa), sottolineando quella cattiveria nel volto della Moreau l’autore del tweet intendeva mettere in rilievo l’anomalia rappresentata da Jeanne Moreau, i suoi lineamenti abitati da risvolti indescrivibili, una dimensione attoriale che le parole non sanno e non devono descrivere, perché appartengono appunto allo specifico del recitare, del porre il corpo al servizio dell’espressione. Il volto soprattutto.

Ho pensato questo ripensando a quante volte ho scritto post sui social tentando di rispettarne le regole, con ciò forzando le regole dell’abitudine a scrivere senza la pressione, la “fincatura” del social. Pensando alla specificità di un post, la cui efficacia non coincide con quella di un ragionamento efficace, di una pagina, di un articolo, di una lettera. Ci ho pensato ripensando come a tutto ciò, ripeto, ci stiamo abituando, tanto nello scrivere che nel leggere. E che di conseguenza ogni post è un esercizio col quale stiamo allenando un codice nuovo, al quale ci stiamo allenando. Un codice più aleatorio, meno definito, mi sembra. Non per questo peggiore, no, però rischioso da metabolizzare alla velocità imposta dal flusso in cui è immerso. In cui si definisce e viene definito.

Proprio questa frizione tra rapidità e sfaccettatura, rende i post sui social potenziali depositari di sensi sempre più impliciti, esoterici. Anche oltre, ben oltre le intenzioni dell’autore. Sì, i post eccedono spesso le intenzioni dell’autore, eccedono persino l’autore stesso. Mi sembra, questo codice che sta ormai sedimentando, un codice di allusione ed elusione, di fraintendimento. Un po’ come quella cattiveria – presunta o reale, imprendibile, incorporea e sterminata – nel volto meravigliosamente anomalo di Jeanne Moreau.

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