Sprofondare (volutamente) nella superficialità: Arcade Fire

C’è poco di musicalmente interessante in Everything Now, il nuovo album degli Arcade Fire, il loro primo per una major. È un disco che, per così dire, sprofonda nella propria stessa, programmatica superficialità.

Programmatica, sì, perché tutto lascia pensare che si tratti di una scelta ben precisa: pop, disco, dub, electro, (funky) soul, una strigliata punk rock subito redenta da morbidezza folk… Una parata di leggerezze, insomma, al servizio di sua maestà il concept. È un disco infatti che ha un obiettivo preciso, forte, ovvero parlarci con determinazione, con una certa grossolanità e con didascalica disperazione – e, vabbè, con non troppa ispirazione – del modo in cui, immersi nel presente, ci disperdiamo. E funziona.

Funziona soprattutto se rinunciamo alla prospettiva di canzoni potenti, di canzoni che significhino per se stesse. Se accettiamo che canzoni non particolarmente brillanti, persino banali e furbette, riescano a comporre una scaletta coesa, efficace, più compatta rispetto a Reflektor, nel quale però sopravvivevano intuizioni e slanci lirici di livello più alto e un portato rock che sapeva ancora, seppure in maniera sempre più residua, intrigare, incantare, disturbare.

La cosa che più mi dispiace, insomma, è la sensazione che quella degli Arcade Fire sia una modalità tra le più efficaci per esprimere qualcosa di significativo (anche e soprattutto perché rivolto a un pubblico vasto) attraverso un disco, sensazione accompagnata dal sospetto (quasi una consapevolezza) che dipenda poco o niente dal confezionare dischi musicalmente buoni, intensi, avventurosi. E che, in ogni caso, tutto ciò abbia sempre meno a che fare col rock.

No, non è bello, questo Everything Now, eppure è un disco riuscito. Quanto ad amarlo, poi, è un altro discorso.

P.s.

Adoro Régine da sempre. Non c’era bisogno di essere ancora più ombrosamente splendida, come nel video che segue.

5 commenti

  1. mi pregio di aver citato in tempi non sospetti gli Arcade Fire tra i gruppi più sopravvalutati di sempre…
    : )
    se avessero appeso la leggerezza al chiodo ai tempi di “Neon Bible”, è assai probabile che serberei un ricordo migliore della Chassagne e soci.
    comunque mal comune mezzo gaudio, se è vero (com’è vero) che l’attuale panorama musicale ha “sempre meno a che fare col rock”. mmmm… vedrai che ci ritorno sopra, recuperando i tuoi post precedenti (ultimamente sono piuttosto incasinato). baci e abbracci.

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    • Io ho invece molto apprezzato la “svolta” di The Suburbs prima (per me il loro capolavoro) e pure Reflektor, che manteneva una tensione notevole e una proposta strutturata, voltando pagina in senso anche pop ma senza perdere la tensione, la profondità del (perdonami il termine) messaggio.
      Quest’ultimo ha in effetti il difetto di non giustificare le scelte musicali con una adeguata ispirazione.
      Un’ultima cosa: leggo da più parti che gli Arcade Fire sarebbero “sopravvalutati”. Mi viene spesso da chiedermi: da chi? Rispetto a cosa?
      Un abbraccio, ciao!

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  2. mmmm… mi sa che qui i nostri gusti divergono leggermente. “Funeral” e “Neon Bible” sono due album più che buoni, ma già “Suburbs” e in particolare “Reflektor” arrivano a mala pena alla sufficienza (per non parlare dell’ultimo “Everything Now”, francamente insufficiente). se mi perdoni l’ardire, secondo me l’amore per Régine obnubila un pochino l’ottimo metro di giudizio musicale che ormai ti riconosco.
    : )))
    non so… le melodie non prendono corpo, la ritmica non suda e il tutto suona posticcio quando i Bee Gees in versione synth/electro pop (non so se rendo l’idea)- proprio non ce la faccio… a mia discolpa, tieni conto che mi sono formato musicalmente nei primi anni ottanta, quando da un lato c’erano gli Husker Du, i Minutemen, i Black Flag, i Dead Kennedys, gli X e comapgnia bella, e dall’altra la musica dance/commerciale…
    : )

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    • Detto che ho una formazione abbastanza brusca pure io – amo tutti quelli che citi – trovo comunque molto interessante il percorso degli Aecade Fire, così come a suo tempo non mi dispiacque il passaggio degli U2 alla fase Acthung baby e Zooropa, oppure i Radiohead alle prese con Kid A e Amnesiac.
      La ballabilità sfacciata di questi ultimi Arcade non rappresenterebbe per me un problema, semmai c’è un deficit di ispirazione. Il problema credo che sia invece, come scrivo, il fatto che potrebbe trattarsi del sintomo di una situazione diffusa e che riguarda, ahimé, il declassamento del rock (chitarristico) come forma espressiva.

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