Sintonie: la radio e tutto quel che (mi) manca

Il tempo è una trama di riti. Una trama che si sfilaccia – ebbene sì – col tempo. Ma ne rimane l’impronta, una roba elettrochimica, organica, neuronale. La memoria non è nulla di granché romantico o letterario, a guardare bene. Però il suo effetto lo fa. Colpisce.

Tipo che entri in cucina, un sabato mattina d’estate, sveglio da poco ma comunque sveglio, in una quiete limpida e sonnacchiosa che somiglia – somiglia soltanto – a quella delle mattine quiete e dilatate delle Vacanze Estive Adolescenziali (mito fondante di archetipi solidi). Ed ecco, ecco che avverti forte e improvvisa un’assenza.

Un’assenza, come dire, presente.

Una mancanza.

Guardo sul ripiano, cerco tra il ceppo delle lame e la macchina del caffè. Vedo un contenitore di mestoli: è quello che mi aspettavo, non quello che manca. Quello che manca è una radio. Anzi: una radiolona. Con la manopola, il manico, l’antenna ripiegabile ed estensibile, la lancetta che scorre sulla barra orizzontale dei megahertz dove hai segnato con l’indelebile le frequenze delle stazioni preferite: Radio Studio 104, Radio Pickup, Radio Montecarlo. La prima cosa che succedeva in quelle mattine di vacanze adolescenziali, appena sveglio ma sveglio, appena entrato in cucina, era: accendevo la radio. Sintonizzavo. Mi accoccolavo nel flusso accogliente della programmazione, delle richieste con eventuale dedica, per sentirmi come l’increspatura di un condiviso sentire/ascoltare. Dopo, soltanto dopo, effettuavo le manovre preparatorie ed esecutive della colazione.

radiopanasonic

La radio, sì, la radio come presenza confortevole e prevedibile di un accadere caotico, formicolante. La programmazione era quella, certo. L’hit estivo passava con regolarità. L’hit estivo dominava. Ma ti aspettavi comunque l’inatteso, e l’inatteso accadeva. Chessò, un Ultravox tra un Renato Zero e una Berté. Un Elvis Costello tra un Alan Parson Project e un Police. Accadeva. Ed erano imprevisti che conferivano sostanza al prevedibile, lo rendevano agibile, vero, vivo. Era, quel miscuglio di consueto e sorpresa, la densità amniotica, la temperatura, la corrente in cui sentivo di dovermi tuffare, a quell’età in cui ancora tutto doveva (dovevo) diventare.

philips

Oggi, da molti anni, non possiedo una radio, tantomeno un radiolone, tantomeno in cucina. Consumo la colazione estiva in una limpida e sonnacchiosa prevedibilità, col notiziario televisivo sullo sfondo a mormorare notizie che già conosco, ed è un conoscere che mi provoca fastidiosa indifferenza. Tecnicamente potrei rimediare in molti modi, lo so: radio su canali tv digitali, streaming via tablet o smartphone, per dire. Ma non lo faccio. Sono convinto – so – che non riuscirei comunque a ritrovare quei segni che tanto indelebili non dovevano essere (nulla lo è). A sintonizzare quel flusso di perturbazioni nella trama della riconoscibilità quotidiana, quei sussulti d’imprevedibile nella prospettiva immobile, quel poter essere tra quello che era, che ero.

Tra le cose a cui ho smesso di credere, è forse quella che mi amareggia di più.

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