Intermittenze

Passai l’estate del 2010 cercando di riprendermi da una malattia non grave ma debilitante. Dimagrito di quindici chili nel giro di tre mesi, avevo la proteinemia a terra, le caviglie perennemente gonfie e persistenti dolori alle articolazioni. Il caldo non aiutava a migliorare la situazione. Fui costretto ad assentarmi dal lavoro per lunghi periodi. Ricordo bene come mi sentivo quando la mattina salutavo mia moglie – in partenza per l’ufficio – e mia figlia, che spedivamo dai nonni per le mie oggettive difficoltà ad accudirla: in una parola, mi sentivo impotente.

Rimasto solo, entravo in una dimensione per me inconsueta, mi consegnavo all’inazione. A quel punto accadeva qualcosa di strano e sorprendente. In quelle mattine pressoché

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prive di compiti, di doveri, di scadenze, di ruolo insomma, tutto quello che costituiva il mio ambiente quotidiano acquistava un altro aspetto, diverso spessore e densità. In un certo senso, l’ambiente sembrava ridefinirsi, e lo faceva sulla misura di quello che ero nei suoi confronti. Di conseguenza, anch’io mi ridefinivo. Stavo vivendo, nel senso più pieno del termine, una vacanza. Non furono giorni facili né piacevoli, certo, ma se oggi li ricordo con piacere non è solo per il processo edulcorante del tempo spalmato sul sollievo di averla scampata: anche allora, e pur convivendo col dolore e la spossatezza, provavo una sensazione insolita e palpabile di meraviglia. E di piacere, sì, di piacere.

Era come scoprire l’esistenza di altre possibilità e modalità di norma soffocate dalle modalità e dalle possibilità della consuetudine. Si trattava di attraversare la soglia di una consapevolezza semplice e banale, ma solitamente inaccessibile: ciò che ogni giorno scegliamo di essere sedimenta in quello che siamo, ma è ben lontano dall’esaurirci.

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A questa consapevolezza se ne affiancava subito un’altra, molto meno piacevole: non si tratta realmente di scegliere, non ne abbiamo la facoltà. Perché tutto quello che facciamo, quello che ci rende – in estrema sintesi – attori sociali, non perde occasione per ricordarci che la condizione indispensabile e necessaria affinché tutto funzioni – il sistema retroattivo di diritti e doveri, di tempo impegnato e libero, di guadagni e spese – è la nostra aderenza come individui a un ruolo. È, in altre parole, la nostra capacità di limitarci.

All’interno di questo meccanismo, le vacanze rappresentano un’intermittenza compensativa, un risarcimento ingannevole e persino fraudolento, una sfaccettatura portante e fisiologicamente fugace del ruolo. Più ci penso e più mi convinco che la mia ultima, reale vacanza siano stati quei giorni di malattia che sfumava in convalescenza nell’estate del 2010. Quella fastidiosa costrizione che mi rendeva socialmente inutile. Socialmente – appunto – malato.

Fu una grande lezione, da cui non sono mai guarito. Per fortuna.

Un commento

  1. mi piace l’idea del *ridefinirsi*. in qualche modo mi fa pensare alla sconcertante scoperta che possiamo anche non prenderci troppo sul serio, ovvero che siamo tutti ultili, ma che nessuno (sia esso un “ruolo” o qualcos’altro) è indispensabile al funzionamento del mondo. sì, insomma, un ride/rsi addosso fino a s/finirsi.
    : )
    chissà: forse – e ripeto, forse – presi singolarmente siamo tutti “socialmente inutili”, lezione che potrebbe ferire il nostro orgoglio in modo irreparabile (la storia insegna che amiamo collocarci al centro dell’universo), ma che d’altro canto, ogniqualvolta riusciamo a guardarci dall’esterno, ci lascia scorgere degli animaletti bipedi adorabilmente buffi.
    : )

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