Un’estate

È un patto col tempo, l’estate. Un divincolarsi dal tempo.

Tra le cose a cui mi capita di ripensare, c’è il mio ricordo più antico. Slegato dal condizionamento dei reperti, delle testimonianze. Dalle fotografie. T’ingannano, certo, le vecchie foto, facendoti credere all’esistenza di ricordi che in realtà non hai, costruendoti memorie posticce, ricordi fantasma, forse neanche meno vivi e veri di quelli reali (reali?). Fanno anche queste cose, le foto. Ci riescono.

polaroid

Quelle approssimative in bianco e nero, che più sono sgranate e più ti sembrano concrete, fatte di cuore grattugiato. Ci riescono benissimo anche le polaroid sbiadite, di quelle che mio padre sfilava dalla macchina semiautomatica nella loro buccia di sviluppo, le riponeva in una custodia metallica da tenere in caldo, proprio così, in caldo sotto l’ascella, per cinque minuti almeno, poi le sbucciavi ed ecco, ecco le foto emergere dalla magia chimica, con la dominante azzurrina a raccontarti la frattura tra la vita che scorre inafferrabile e quello che ne puoi catturare. Di questi ricordi falsi ma veri, ricordi che ho affidato a immagini intrappolate in album ingialliti, ne ho molti, ovviamente. Li sento miei, però staccati. Depositati.

Invece.

C’è quel ricordo. Senza fotografie. È il più lontano che ho e sta tutto nella mia testa. Ricorrente. Fondativo. Più vero? Più reale? Non so. Ma c’è, ed è legato all’estate, allo starci abbandonato, nell’estate. Consegnato a un tempo amniotico, svincolato, nel campetto dietro casa, dove da bambino andavo a giocare. Un tempo scontornato dai richiami di mia madre, le mani sulla ringhiera della terrazza, che m’imponeva l’ora del pranzo, della merenda, della cena.

pallone_anni_70

Giocavo, accanto a quel cancello verde che c’è ancora, quello con le punte deterrenti in alto, alle quali Giorgio rimase appeso, qualche anno più tardi, quando tentò di scavalcarlo per riprendere un pallone finito di là. Ci teneva, Giorgio, a quel pallone, a quella partita. Lui scavalcava malgrado il cane, un alano nero, immenso, che ci terrorizzava solo con l’idea che esistesse un cane così di là dal cancello, e rimase appeso, Giorgio, per la furia di tornare di qua, con la punta di ferro verniciato di verde a trafiggergli un polso. Appeso come un mezzo cristo urlante. Ma quello sarebbe accaduto qualche anno – tre? quattro? – più tardi.

Giocavo, ed ero bambino, in quello scorcio di prato tra cancello e marciapiede, in quella consapevolezza ovattata di me che mi completava allora, mi completava del tutto, come un nido. Ricordo una donna parlare, a voce alta, da un garage con la saracinesca aperta a metà, rivolta a un’altra donna che passava. Stavano mattine intere e mezzi pomeriggi, le madri, nei garage con le saracinesche aperte a metà.

Fiascaie

A mettere insieme due lire impagliando i fiaschi con la rafia, oppure incollando parti di calzature col mastice, o rifacendo i materassi di lana. Il mastice era pericoloso. Estremamente infiammabile. Ricordo che una volta prese fuoco. Ricordo le lingue rosse e bianche, mezze invisibili, guizzare attraverso la portafinestra di una terrazza al primo piano: era inverno, troppo freddo per stare in garage. Stavano incollando le calzature in cucina. Poi un caffè, una sigaretta, chissà, e si accese tutto. Arrivarono i pompieri, spensero velocemente. Nessuno si fece male e ci fu chi parlò di miracolo. Mia madre di sicuro lo fece. Per due lire in nero, ci fu bisogno di un miracolo. Ma questo successe dopo. Due anni, forse tre: dopo.

Sotto a quel cancello, nel pezzetto di prato, d’estate, ero bambino. E giocavo. Le madri parlavano. A voce alta. Una stava fuori, inondata di sole, un sole che a ripensarci doveva essere di tarda mattina, quasi mezzogiorno, tanto abbacinava e scoloriva.

kids

L’altra donna era dentro al garage, nell’ombra, nel fresco odoroso di grasso per saracinesca, di miscela per motorini, di bottiglie sciacquate e di ristagno umido nel pozzetto. La sua voce mi raggiungeva ingrossata, lustrata, elettrizzata dal rimbombo. Giocavo, e sentii quelle parole. Guizzavano come i pesci nel laghetto dei giardini al Vallone, scolpite e imprendibili. Parlavano di cose che stavano accadendo, di elezioni vinte, di prospettive. Fatti di cui non potevo comprendere i contorni, la portata. Le parole indicarono un tempo, quel tempo, in cui quei fatti incomprensibili si svolgevano, in cui quel mattino si fissava, restando per sempre lì. Immortalato. “Non ce la scorderemo”, dicevano quelle parole, “questa estate. Questo 1975”.

È il mio ricordo più antico. Quando ho iniziato a ricordare. A esistere.

Un’estate.

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