Votati all’impalpabilità

La musica fa giri strani. Intreccia i passi tra i fili della memoria e a volte, inevitabilmente, inciampa. Cade. Quel che è peggio, ti cade addosso. Lo fa con poca eleganza, con poca forma, eppure con grazia e persino efficacia. Ti conquista, ti vince. Ti riporta a quel simulacro di casa che è una parata di ricordi, una stanza dove puoi sentire ancora quello che sentivi, come lo sentivi. Quanto ai motivi, che ne sappiamo, che ne so. Troppo esoterici, i motivi. Posso dire solo questo: a un tratto mi sono ricordato dei Clientele, del loro disco d’esordio, quel Suburban Light che in molti avranno dimenticato, di cui in troppi neanche hanno mai saputo.

Una strana band, i Clientele. Votata all’impalpabilità. Ma è proprio questa l’intuizione – la sostanza – che ne giustificò l’esistenza. Il pop sognante ricavato dall’ossessione Sixties, dalle pagliuzze incandescenti raccolte in coda al bolide psych-errebì, immerso in una caligine languida, pigra, come se un’apatia esistenziale le togliesse i motivi per agire nel momento stesso in cui ne definiva le potenzialità. Come se una nostalgia struggente ovattasse i sensi delineando una precisa volontà d’apatia, svaporeggiata in opposizione (una forma d’opposizione tra le altre) al volgere impietoso del presente (a una delle tante angolazioni del presente) tra le grinfie del nuovo millennio.

Un gioco giocato sul filo di tenui contraddizioni, ecco: delicatezza e ridondanza, acidità e torpore, quel certo intellettualismo che permette loro di citare Joseph Cornell e De Chirico tra un batticuore e l’altro. Difficile individuare l’ingrediente decisivo, facile perdersi tra i solchi scavati traccia per traccia, mentre le strutture si spampanano disperdendo i riferimenti, con morbidezza, e quello che sembra un chorus forse era un bridge, la strofa si scorda di tornare e quella melodia così struggente non si sa bene dove sia andata a finire, a liquefarsi.

Originari di Hampshire ma presto stabilitisi a Londra – come da percorso standard per i tanti passionari del pop and roll – Alasdair Maclean (voce e chitarre), James Hornsey (basso) e Mark Keen (batteria) iniziarono a sfornare una sfilza di singoli registrati con i pochi mezzi a disposizione. Canzoni che – come si dice – non spaccavano la membrana degli altoparlanti: dei Left Banke la delicata trepidazione, dei Galaxie 500 il fangoso onirismo, dei Velvet Underground la decadenza diafana, degli Yo La Tengo l’incantesimo indolenzito, dei Byrds il trillo visionario. Di nessuno di costoro però il graffio, il piglio di chi vuole (azzarda) lo squarcio, l’andare oltre. Il tutto compiuto alla luce di una pigrizia che diremmo esistenziale, indotta come una condanna, subita come si subisce una nebbia o una recessione.

Sembravano guardarsi bene dall’inseguire il pezzo sbranaclassifiche, anzi: le loro composizioni migliori hanno tutte quest’aria un po’ indefinita da eccellente “lato B”. D’altronde, la fama era un’eventualità resa difficile dalle stesse premesse estetiche: se i Clientele avevano uno scopo, sembrava più quello di definire canzone dopo canzone un luogo poetico, mentale e sentimentale, con al centro un senso di apnea incantata e sonnacchiosa, dove una nebbia smorzava le capriole delle emozioni, dove un’appiccicosa nostalgia era un modo (il loro modo) di perorare il presente.

Non stupisce, almeno non troppo, se la City – tra i tumulti e la brama di next big thing – non si accorse di loro. Stupisce invece e non poco il fatto che New York se ne accorse, eccome. Time Out, la bibbia degli spettacoli nella Grande Mela, elesse I had To Say This/Monday’s Rain come singolo dell’anno 2000, e tanto bastò per indurre l’occhiuta Merge a scritturare il trio. Nacque così Suburban Light, adunata di tredici pezzi usciti in vario formato dei quali solo Monday’s Rain registrato in studio, gli altri frutto perlopiù di sessioni casalinghe. L’accoglienza negli States fu molto buona, tanto quanto l’indifferenza nella madrepatria (dove fu distribuito dalla piccola Pointy). Ma il dado era tratto, i Clientele divennero una band con una strada da percorrere.

Seguirono alcuni dischi, anche riusciti (l’ultimo è il buon Minotaur, del 2010, qui la mia recensione per Sentireascoltare), ma quel senso di luogo che negava se stesso, di tempo sempre sul punto di finire inghiottito dalla nebbia, di languore assieme esausto e propulsivo, non riuscirono a riprodurlo. Mai più.

Che strana, la musica.

La memoria.

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