Filosofia spritz

Che la si ami o meno, l’estate democraticamente finirà, finirà in un lampo e ci ritroveremo spaesati a galleggiare nella luce metallica del tardo pomeriggio settembrino, godendoci l’aperitivo alla luce dei lampioni già accesi e le carezze furtive della tramontana. A quel punto s’insinuerà il dubbio che il carosello estivo sia stato soprattutto un inganno, la messinscena di un regista birbone. Poi, si sa, il primo spritz fa disinvoltura, ma il secondo è già filosofia. Al secondo spritz si va oltre, si svolazza, s’ipotizza.

Può capitare che si ripensi alla musica di tutta un’estate chiedendosi: cosa ne resta? Intanto, la certezza che cedere a mia figlia i comandi dell’autoradio nei lunghi trasferimenti verso le agognate spiagge sia come spalancare le porte al nemico assediante: orde di tormentoni estivi che si riversano nella fortezza indifesa, compiendo – va da sé – atroci efferatezze. Sì, è indubbiamente così. Tuttavia, un pensiero mi attraversa: se non concedessi il timone della radio a mia figlia, se rimanessi fedele ai miei dischi e alla mia chiavetta usb, mi perderei un pezzo di mondo che tanto significa per la quotidiana esistenza di amici, figli, nipoti. E che non significa quasi nulla per me e la mia cerchia di conoscenze social.

Mi chiedo (ultimi sorsi del secondo spritz futuribile) se siamo consapevoli di come ci stiamo confezionando tanti spicchi di realtà parziale, aggiustata, scenografie ad hoc da attraversare come demiurghi compiaciuti. I social ci apparecchiano una vita sociale (appunto) alla carta, ci inducono a scegliere tra una serie di opzioni affinché somigli il più possibile a quella che riteniamo ideale. Ci illudono che il mondo ci somigli, ma non è vero, non ci somiglia affatto. Siamo una bella manica di cazzoni, non c’è che dire. E la cosa, ovviamente, ci sta sfuggendo di mano, presentandoci un conto piuttosto salato.

Prendete la musica (che se c’è da scegliere una cartina di tornasole, è da sempre la mia preferita). Si è molto parlato di musica, ahinoi, negli ultimi mesi, ma lo si è fatto perlopiù per confezionare coccodrilli, per piangere idoli, eroi e dinosauri semplici. Ne abbiamo parlato per come abbia costituito lo scenario in cui si è consumata la tragica follia di attentati terroristici (a Parigi, a Manchester). Oppure, casomai, lo si è fatto per questioni di costume o cultura generale, dal Nobel a Dylan al prezzo dei biglietti degli Stones.

Come ha fatto notare un po’ di tempo fa l’amico Giancarlo Frigieri, ottimo cantautore e blogger dagli interventi acutissimi, sui social va a finire che non si parla mai realmente di musica. Nella girandola di condivisioni, nella trama di opinioni caustiche, drastiche, elusive, allusive, urlate, evaporate in un pugno di click, la musica è la sostanza assente. La musica è quello che non c’è.

Intendiamoci, in realtà di musica sui social si parla. Si parla eccome. Ma se lo fai davvero (pubblicando una recensione, un’analisi critica/storica di un fenomeno, di una scena…) ti guadagni la visibilità di un gatto nero in una notte di lampioni rotti. Quasi non esisti. Non ci sei. Un altro mio amico ha voluto dare risalto a questa triste situazione: ha pubblicato un post con la foto di un odiato soprammobile (un gatto di ceramica) senza alcuna didascalia, guadagnandosi in breve il triplo di “mi piace” e condivisioni rispetto a quelli riservati a una sua appassionata recensione musicale. Il mio amico, giustamente, si è chiesto: a che gioco stiamo giocando?

Già, amico mio. E il male non è scrivere recensioni di cui quasi tutti se ne fotteranno. Molto peggio è il sospetto che, come i tossici da clickbait fanno con pensieri e parole, anche i musicisti possano ideare, progettare, confezionare, infine sfornare canzoni col preciso obiettivo di raggranellare tweet e like. Un sospetto che somiglia parecchio a una (quasi) certezza. Canzoni-vampe, canzoni-slogan, canzoni-password per accedere a quei quindici millisecondi di notorietà. Come ne sentiamo uscire molte dall’autoradio, in estate. In estate, e non solo. Mainstream, e non solo.

Ok, lo spritz è finito. Andate in pace.

(articolo pubblicato in origine – in forma diversa – sul Mucchio, numero di ottobre 2015)

4 commenti

  1. “sui social va a finire che non si parla mai realmente di musica. Nella girandola di condivisioni, nella trama di opinioni caustiche, drastiche, elusive, allusive, urlate, evaporate in un pugno di click, la musica è la sostanza assente.”
    non vedo perché la musica dovrebbe fare eccezione. i social sono un non luogo dove il principale argomento di conversazione è il vuoto. una globale e riuscitissima operazione di gatekeeping.
    : )

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    • Sono d’accordo solo in parte. È vero che prevale in generale l’aspetto scandalistico di tutto, ma nel caso della musica c’è in pratica SOLO quello. Niente di male, ma tanto vale ricordarlo per ribadire che ormai il ruolo della musica (del rock) è marginale, proprio nel momento in cui sembra raggiungere la sua massima diffusione.

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  2. mmmm… ok, magari si tratta di ombre e sfumature, ma in fondo il volto della Gioconda è quella meraviglia che è proprio grazie ad esse, quindi forse vale la pena di soffermarsi un attimo e tentare un’ulteriore riflessione. il ruolo della musica (e del rock) non è per nulla marginale nel nuovo millennio. lo era, semmai, negli anni ottanta (ricordi? in quegli anni il rock scorreva più che altro “underground”, sotterraneo e sottotraccia). attualmente la musica rock fa parte integrante del sistema (come attesta, tra le altre cose il citato Nobel a Dylan), ovvero non è più né un ospite pericoloso, né una voce capace di cantare e suonare cose scomode. in altre parole è un tassello *importante* della narrazione dominante e, pertanto, come tu stesso noti “raggiunge la sua massima diffusione”. ergo, perdonami la pedanteria ma il punto è nodale, il ruolo della musica (e del rock) nel mondo-mercato globale è assolutamente centrale: riempie gli stadi come il calcio e le vendite hanno portato nel 2016 su scala mondiale circa 16 miliardi di dollari di ricavi, in aumento dal 2015 al 2016 del 5.9%. sì, insomma, il ruolo della musica (e del rock) è centrale, anche se indubbiamente non è *quello* che io (e te, probabilmente) immaginiamo che dovrebbe avere (che poi, guarda caso, è lo stesso ruolo che *dovrebbe* svolgere la letteratura e l’arte in generale). qualche settimana fa, dopo aver letto un brano di Bolano riportato in un blog nel quale l’autore argentino scriveva: “MA ALLA FINE DEI CONTI IL PUNTO E’ VENDERE. E COS’E’ CHE NON VENDE? AH, QUESTO E’ IMPORTANTE TENERLO BENE IN MENTE. LA ROTTURA NON VENDE” sbottavo come segue: ma zio birillo, in ultima analisi cosa sarà mai ‘sta “rottura”?!? il punto di rottura è l’arte. l’arte rompe uno schema, la creatività rompe uno schema e infatti l’arte per definizione non è seriale. e a questo punto mi dico: lo vedi che il cerchio si chiude? infatti, l’errore di fondo è proprio quello di considerare l’arte una merce. è il lavaggio del cervello operato dal sistema mercato globale ordoliberista, in cui siamo stati cresciuti e che fin da piccoli ci educa al culto della quantità (moneta, successo, vendere/acquistare). e invece l’arte non è una merce. la musica non è una merce. l’essere umano non è una merce. il lavoratore non è una merce… concetti sui quali *non* dovremmo scendere a compromesso, pena la fine dell’arte e di ciò che ci rende umani. ma chi la pensa come me e (forse) come te? se l’obiettivo è vendere, ecco che *non puoi* rompere (in ogni senso), visto che la rottura non vende, e allora in conclusione “il ruolo” che immaginiamo debba avere la musica rock va a farsi benedire (stavo per scrivere “va a farsi fottere”, ma mi sono trattenuto)
    : )
    circa poi la tua affermazione sul fatto che ciò accada in modo particolare solo nella musica, nelle mia esperienza, ribadisco a vinile rigato che ciò accade in tutti gli ambiti. puoi portarmi qualche esempio di quando sui social è “andato a finire che si parlasse realmente di” prosa, poesia, storia, economia, scienza, pittura, medicina, politica, istruzione, filosofia…
    è probabile che tu finisca per notare la cosa in ambito musicale perché è quello che più ti sta a cuore, ma se ci si guarda intorno, a me pare evidente che tutto il mondo è mercato, pardon, tutto il mondo è paese.
    : ((

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    • Hai centrato il punto che più mi amareggia, ovvero che nel circo dei media “rock” sia un termine ancora centrale, forse mai tanto diffuso, impiegato. Ma è proprio perché utilizzato, perché chiamato a denotare e posto al servizio di – una linea di abbigliamento, un telefilm per adolescenti, lo spot di un’automobile… – mi viene da dire che non è il rock a essere centrale, ma il retaggio della sua parte mitologica (mitizzata). Il rock NON È MORTO, è diversamente vivo, come il jazz (anche i festival jazz fanno il pieno). Semplicemente non ci si aspetta dal rock (o dal jazz) l’annuncio di tempi nuovi, di modalità nuove, di sensibilità nuova. Di rotture, anche, certo. Il rock è vivo ma è marginale. L’attuale giro di affari dei grandi concerti ha poco a che vedere con tutto quello che ha reso il rock arte suprema tra le arti. Anzi, nulla a che vedere.

      Per quanto riguarda i social, è vero, io mi concentro sulla musica, ma vale spesso anche per la letteratura, per la cultura in genere. Non ci si può aspettare dalla rete un approfondimento che non può permettersi. Noto però una capacità di addentrarsi nello specifico delle serie TV, ad esempio, che non mi sembra abbia un corrispettivo per quanto riguarda i dischi. Ma è solo una sensazione.

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