Nastri

copertina

Lo scorso ottobre avvertivo con un senso di oppressione l’inizio della stagione fredda. Era un periodo particolarmente cupo, dal punto di vista delle aspettative. Mi riferisco, certo, alla situazione politica, economica, sociale e culturale. Bisogna inoltre considerare che sono a tutti gli effetti un uomo di mezza età, quindi – va da sé – vivo immerso in un disincanto costante e melmoso, esercitando pessimismo come se il domani fosse già qui e non mi piacesse per niente.

Insomma, assistevo al cielo plumbeo che si stendeva ogni giorno di più sopra la mia testa e su quella di tutti a dire il vero, mentre le giornate si accorciavano e i gas di scarico prendevano il sopravvento su tutto il resto. Ciondolavo triste e cupo e intanto ascoltavo senza posa Isolation Culture degli His Clancyness. Ci ero entrato proprio in fissa, con quel disco. Sono canzoni che bruciano carburante wave dall’inizio alla fine, una parata tesa di pezzi attraversati da uno struggimento cementizio – tra l’industriale e il periferico – che mi ricorda moltissimo quello su cui amavo spendere angoscia e malanimo nella mia tarda adolescenza. In tutto ciò, siccome mi capitava di riflettere spesso sulla questione della cosiddetta morte del rock (che secondo me è più diversamente vivo che morto, ma non è questo il momento per approfondire), pensai di stemperare l’inquietudine scrivendo un raccontino che riflettesse appunto sul rock e sul suo non stare più al centro dell’immaginario collettivo.

M’immaginai così una situazione assurda in cui il rock viene messo fuorilegge, temuto, abolito. Escogitai una vicenda piuttosto breve e delirante, una storia di trenta pagine, massimo quaranta. Insomma, avevo le idee chiare ed ero ragionevolmente convinto che ne sarebbe uscito un racconto davvero grazioso. Quando iniziai a scriverlo, però, mi resi subito conto che non si trattava di un racconto. Gli His Clancyness continuavano a pomparmi irrequietezza nelle vene, l’inquietudine montava come un’emulsione infernale, e quel racconto che volevo assolutamente scrivere non era un racconto. Strana sensazione.

A quel punto alzai le mani dalla tastiera e pensai: d’accordo, tocca fermarsi e riflettere. Il frutto di quelle riflessioni divenne, nel giro di un paio di giorni, un’altra cosa. Tutta un’altra storia. In un certo senso, persi il controllo. Ma ebbi la prontezza di non perderlo del tutto, di rientrare in carreggiata e imboccare lo svincolo giusto. In breve, avevo in testa un romanzo. Questo romanzo. Nel quale le intenzioni originarie – un raccontino emblematico sulla morte del rock – erano diventate marginali, ma continuavano in parte a esserci. Nel quale si parla di molto altro, accadono cose e si delineano situazioni ambientate in un futuro che è sì post-apocalittico ma – credo, spero – senza i cliché del genere.

E’ solo una storia, certo. Una storia che ha voluto essere raccontata e che sono felice di avere scritto. Si intitola Nastri, è lunga 170 pagine e uscirà per Eretica Edizioni il 12 giugno.

Di seguito il formidabile booktrailer (che vi esorto, se vi parrà, a condividere).

7 commenti

  1. interessante. qualcosa di buono da leggere durante le vacanze, spero.
    : )
    gli “His Clancyness” sono un buon gruppo anche se suonano un po’ troppo inglesi per i miei gusti (e qui mi sono cacciato da solo in un vicolo cieco, primo perché so che non sono inglesi e secondo perché cado vittima d’un deprecabile razzismo musicale)…

    Piace a 1 persona

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