L’età della (fu) incoscienza

Cat Valentine è una ragazza minuta, carina, vagamente smorfiosa e un po’ svampita. Un po’ svampita, sì. Intendo quel grado di svampitezza capace di slanci passionali, generosi e maligni conditi da una spolverata di incoscienza autoassolutoria che ti lascia sconcertato e allo stesso tempo ti incanta. Una personalità piuttosto improbabile, che accetti ovviamente solo nella dimensione della sit-com, meglio se – come nel caso specifico -rivolta a un pubblico di teenager.

Cat è il personaggio interpretato da Ariana Grande in Victorious e successivamente nello spin-off Sam and Cat. Per un paio d’anni sono state tra le sit-com preferite di mia figlia, prima che crescesse finendo nel tunnel delle serie tv. Ma questa è un’altra storia. Come quella di Ariana Grande, nel frattempo passata dallo status di attrice di sit-com leggere a pop-star di rango internazionale. Non conosco dettagliatamente la sua carriera, mi perdonerete se non mi è mai sembrata troppo interessante né da un punto di vista drammaturgico né da quello musicale, però mi ha sempre incuriosito la natura del suo successo. Mi è capitato di chiedermi come sia stato possibile che una ragazzina bella ma non bellissima, con un talento evidente ma non eccezionale, abbia conquistato l’ammirazione di tanti teenager.

Parlando con mia figlia, mi è sembrato di capire che la sentiva particolarmente vicina a sé, alle insicurezze e alle inconsapevolezze della sua età: non poteva fare a meno di provare empatia per un personaggio che mescolava in maniera tanto lieve innocenza, inconsapevolezza, noncuranza, inadeguatezza, bellezza e una quota insopprimibile di (tras)lucida follia. Questo era quello che credevo di avere capito. Quello che non capivo era quanto gli ideatori del personaggio di Cat fossero stati bravi a intercettare gli aspetti caratterizzanti di una generazione o quanto una generazione sentisse il bisogno di riconoscersi in quegli aspetti.

A questo punto bisogna parlare di stanotte.

Non ho dormito bene. Mi capita spesso, ultimamente. Quando capita, ho il brutto vizio di dare un’occhiata alle notizie. E’ così che, alle tre del mattino, ho saputo dei tragici fatti di Manchester durante o subito dopo il concerto di Ariana Grande. Questa mattina non è stato facile raccontare a mia figlia cos’è successo. L’attentato suicida, i tanti, troppi morti. I tantissimi feriti. Non è stato facile scegliere il tono, il momento. Comunque, lei ha accolto la notizia con la sua solita imperturbabilità, come se comprendesse tutto e bene, certo, ma comprendesse anche – bontà sua – l’inutilità di spendere parole inutili, di rifugiarsi nella retorica dei giudizi e del dolore. Da quando ho visto la sua espressione e subito dopo averla lasciata a scuola, non ho potuto fare a meno di pensare a una cosa. A una cosa, ahimé, evidente: stiamo perdendo. Forse abbiamo già perso.

Abbiamo perso perché tutta questa struttura che abbiamo messo in piedi e che detta i tempi e i modi del nostro vivere, poggia sulla costruzione e la manutenzione di una accurata, gradevole, consolatoria inconsapevolezza. La stessa inconsapevolezza ostinata di Cat, con il suo sguardo vulnerabile e tenace, tenacemente lieve e incosciente, rivolto alla portata sempre reversibile delle conseguenze. Questa “inconsapevolezza strutturale” che spesso scambiamo per serenità o più cautamente per fiducia, è il sostrato che ci consente di pianificare vacanze e mutui ventennali, di immaginarci laureati, apprezzati, innamorati, madri e padri, è la condizione necessaria e indispensabile per acquistare l’abbonamento di un festival rock estivo o anche solo un biglietto per il concerto di una cantante che piace a nostra figlia. Che ci convince a non pensare ad altro che al suo divertimento, estemporaneo, transitorio, inconsistente, certo, come tutte le cose memorabili dell’adolescenza (e non solo).

Senza quel sostrato di inconsapevolezza (di speranza, di fiducia), siamo fottuti. Siamo condannati a esercitare un coraggio che non siamo abituati a permetterci, a vedere la sconfitta sul volto dei nostri figli, a sentirla nella nostra paura di consegnarli al mondo, alla vita. Tutta la retorica del “noi non abbiamo paura” sarà appunto un esercizio di retorica e avrà il retrogusto di una paura più consapevole di quanto non ci saremmo mai aspettati, una paura incompatibile con le nostre abitudini, forse persino coi nostri valori. Stiamo perdendo, sì. Dobbiamo riposizionarci, ridisporre le nostre convinzioni, ricostruire le mappe. Costruire un nuovo sostrato.

E non so, cazzo non lo so, quando, come e se ne saremo in grado.

4 commenti

  1. “Quello che non capivo era quanto gli ideatori del personaggio di Cat fossero stati bravi a intercettare gli aspetti caratterizzanti di una generazione o quanto una generazione sentisse il bisogno di riconoscersi in quegli aspetti.” questa domanda è potente e forse non può trovare una risposta univoca. tipo, non so se ricordi, i Jam di “Going Underground” quando ribaltano “and the public gets what the public wants” in “and the public wants what the public gets”… comunque se da un lato è evidente che abbiamo già perso, dall’altro non posso trattenermi dal combattere con tutte le mie forze sia l’inconsapevolezza che le varie sostanze stupefacenti (tipo la speranza), dispensate a piene mani dal sistema. sono nato loser…

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