Eppure: i Julie’s Haircut

Ascolto l’ultimo album dei Julie’s HaircutInvocation and ritual dance of my demon twin – e lo trovo ispirato, denso, visionario e magmatico. Mi piace, mi piace molto. È un disco bello, ti risucchia traccia dopo traccia nella sua spirale ipnotica, come uno spurgo di psichedelia krauta che torna dalle nebbie del passato sfarinando suggestioni noise e persino canterburiane, il tutto con padronanza e potenza davvero considerevoli.

Certo, va aggiunto che: non appartiene al qui e ora, non lo racconta. Non lo fa. Forse non gli interessa. Direi che proprio non gli interessa progettualmente. In ogni caso, no, non lo fa. E questo potrebbe rappresentare un punto di debolezza decisivo, la tara che una lettura critica contestualizzata non mancherebbe di sottolineare. Qualcosa del tipo: “è un album buono, sì, ma quello che oggi conta accade altrove, in altri dischi, in altre situazioni”. Penso che si tratterebbe di una lettura tutto sommato condivisibile.

Eppure.

Eppure i Julie’s fanno esattamente quello che devono. E fanno bene. Proprio così. Ne sono convinto, come sono sempre più convinto che ogni artista – pittore, scultore, coreografo, fotografo, scrittore, musicista – dovrebbe fare solo e soltanto quello che sa fare meglio, al meglio. Quello che sente. Non ha altro dovere, è il suo solo obbligo, l’unico che potremmo casomai rimproverargli di avere tradito.

Se esiste una possibilità, una soltanto, di piantare un seme, un seme che possa germogliare contemporaneo o persino avanguardistico, questa possibilità passa dalla realizzazione ostinata e sia pure esclusiva del proprio linguaggio, e quindi passa anche dal rischio di suonare nostalgico, desueto, obsoleto.

È vero soprattutto oggi, oggi che la simultaneità e disponibilità di tutto lo scibile musicale (e artistico in genere) rende contemporanea ogni scena, stile, stagione e forma espressiva, indipendentemente dalla collocazione storica o geografica. Oggi che ogni camera, studio o cantina può diventare lo scenario di una rinascita, di una sintesi.

Non dico che la proposta musicale dei Julie’s Haircut verrà considerata d’avanguardia fra cinque, dieci o venti anni. Anzi, è molto probabile che non lo sarà mai. Dico però che se mai contribuirà a innescare qualcosa di nuovo, se qualcuno sentendola capirà di avere trovato la chiave di avviamento del marchingegno espressivo o una tessera del puzzle, sarà per la forza, per la convinzione che la innerva. Per il suo essere potentemente se stessa.

Bene fanno, quindi, i Julie’s Haircut. Bene fa chiunque senta di avere lasciato l’esatta impronta delle proprie intenzioni nel lavoro concluso, a lavoro concluso.

4 commenti

  1. Ciao, grazie molto di questo scritto, che credo centri molto bene quello che facciamo.
    Nello stesso tempo vorrei anche aggiungere qualche spunto: pur inserendoci in una evidente tradizione sonora, ci siamo sempre sforzati (ma ora più che mai) di cercare modi di trascendere questa stessa tradizione, di renderla contemporanea. Da qualche anno è in atto (e forse si sta esaurendo) un’enorme riscoperta della psichedelia, ma troppo spesso interpretata appunto sterilmente, seguendone pedissequamente le modalità espressive classiche, che allora erano rivoluzionarie ma che oggi risultano inevitabilmente “retro”. Ecco a noi questo davvero non ha mai interessato. Magari non ci riusciamo proprio, ma almeno nelle intenzioni c’è la voglia di superare certi cliché di genere nei quali proprio non ci riconosciamo. La prova che forse non del tutto abbiamo fallito in tal senso ci arriva dal confronto con le tante band che incontriamo nei “festival psichedelici” in cui veniamo invitati in giro per l’Europa. Ecco, lì’ facciamo spesso la figura delle “mosche bianche”, proprio perché non corrispondiamo perfettamente al modello che prevede canoni ben precisi: lo specifico suono di fuzz nella chitarra, certi ritmi e soluzioni armoniche, perfino i vestiti che si prevede i musicisti debbano indossare.
    Inoltre un ultimo accenno ad alcuni dei nostri testi più recenti: volutamente rimangono un po’ criptici, hanno un che di onirico e sfuggente e ciò è assolutamente voluto, ma nel contempo per chi volesse leggerli con maggiore attenzione si possono trovare tematiche prettamente contemporanee, che nulla hanno a che vedere con certe nostalgie da figli dei fiori. Si va dall’espressione di certe ansie “apocalittiche”, di certi timori diffusi che sono molto tipici del tempo che viviamo ora, fino a racconti anche più specifici che riguardano tematiche contemporanee come la problematica dell’immigrazione e del problema razziale (prova a rileggere in quest’ottica il testo di “Salting Traces”: tutto nasce da una fotografia, la fotografia di un padre in fuga con il piccolo figlio sulle spalle). Certo, cerchiamo di affrontare questi temi attraverso il nostro linguaggio, che non è né quello degli slogan urlati né quello della musica sociale, del combat-rock o folk che dir si voglia. Noi parliamo un linguaggio della mente, fatto di impressioni ed immagini più che di narrazione classica, ma non per questo rinunciamo al tentativo di interpretare poeticamente il presente.
    Sia chiaro, la mia non è una critica a quanto hai scritto, lo ripeto: quanto hai detto è assolutamente a fuoco, lo condivido. Ho voluto solo, proprio perché mi pare di essermi imbattuto in una persona capace di uno sforzo interpretativo, provare a proporti qualche punto specifico in più 🙂
    Di nuovo grazie per averci dedicato tempo e spazio.

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  2. Questo vostro impegno anzi questa vostra angolazione si sente eccome. Non ho approfondito i testi, ho scritto sulla scorta dei primi due ascolti, fidandomi di sensazioni sonore. Lo farò. Ma il punto è che tutto si tiene e, al di là dei revival più o meno estemporanei, della frammentazione di scene che sbocciano e rientrano con la stessa immediatezza, la vostra musica nel tempo sembra confermare una cifra espressiva che va oltre il momento, oltre la voglia di significare nel momento, sembra più orientata a definire un proprio tempo e una propria dimensione. Con dei riferimenti precisi, certo, ma organici, non utilizzati come espedienti, come chiavi per scardinare l’attenzione (del pubblico, dei media).
    Perciò credo che se anche non suonate oggi come il suono dei nostri giorni, di questi giorni, una proposta come la vostra ha la possibilità di rappresentare qualcosa sempre, di farsi carico di ciò che è con una forza che a molte musiche “contemporanee” è (sarà) sconosciuta, e che perciò forse nel tempo sarà più significativa delle scene, degli stili dominanti, del tempo.
    Ho approfittato di voi per fare un’argomentazione più ampia, me ne rendo conto e mi scuso. In ogni caso, bravi. Bravi davvero.

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  3. un buon album, che mi ha ricordato a tratti i Feelies, a tratti i Pink Floyd post-Barrett, a tratti i Car Seat Headrest. belle soprattuto le sciabolate elettriche di “the fire sermon”, le divagazioni sax di “orpheus rising”, ma soprattutto molto bella “deluge” che pare essere summa teologica delle due tracce precedenti. meno brillanti altri brani (tipo “zukunft”, “salting traced” e “koan”), ma nel complesso, come già detto, un buon album.

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