Chris Cornell – Qualcosa in cui svanire

cornell

Ecco, lo dico. Anzi, lo ribadisco, adesso che la notizia della morte di Chris Cornell sembra ancora incredibile, che ci sta affondando dentro, che ne metabolizziamo le conseguenze ridisponendo i contorni del nostro stare nel presente: non ho mai amato davvero la sua voce. Ho amato molto, moltissimo i dischi dei Soundgarden, tutti, ai quali ho concesso – non è vero: sono stati loro a imporsi, e hanno fatto bene – di strattonarmi la post-adolescenza, di prendere a calci i miei vent’anni che diventavano venticinque e poi trenta attraverso i Novanta, anni bisognosi di quelle scosse, di quelle incandescenze, di quei tumulti sonori adatti a rappresentare e a colmare nello stesso momento il solco tra ciò che sentivo di essere e quello che stavo diventando.

Io, ecco, con tutta quella roba che ribolliva da Seattle, avevo stabilito un patto: voi urlate come io non posso, travolgete come io non posso, date forma a una disperazione rabbiosa, profonda, che sento come connaturata ai giorni – agli anni – che stanno arrivando, che stiamo organizzando, anni pieni di cose a cui non posso e forse non voglio oppormi. Intendo dire che arrivarono, quei dischi, nel momento esatto in cui tutto il mio amore per il rock avrebbe potuto dissolversi, finire catalogato in una fregola adolescenziale, e invece mi tennero lì, quei dischi, dentro al solco. Sebbene del grunge avvertissi con chiarezza la natura essenzialmente nostalgica, quel suo conservatorismo hard-rock che derivava da situazioni ormai consegnate al passato, ne feci un vero e proprio compagno di viaggio, transitorio ma travolgente.

 

I Soundgarden furono tra quelli che più amai. Mi lasciavano senza fiato. Badmotorfinger, cos’era? A quale temperatura poteva condurre l’attrito tra la mia vita periferica e quelle canzoni? Ultramega OK, Louder Than Love, Superunknown: formidabili. Persino il detestato Down On The Upside riuscii ad amare. Eppure, ripeto, non mi sono mai innamorato della voce di Cornell. Una voce troppo spesso forzatamente sopra le righe, programmaticamente icastica, votata a imporsi sul resto. In Hunger Strike, il celebre pezzo dei Temple Of the Dog nel quale duetta con un quasi esordiente Eddie Vedder, sembra volersi ergere come un eroe impavido, afferrare la melodia per la collottola e offrire il petto alle intemperie, mentre il frontman dei Pearl Jam semplicemente ci mette il cuore. Non ho difficoltà a confessare che, tra i due, mi accoccolavo senza indugio sul versante Vedder.

No, non amavo davvero Cornell, non amavo l’idea da shouter metallaro che incarnava, che riproponeva esasperandone contorni e retaggi hard-blues. Era un cantante enorme, certo, ma la sua cifra espressiva mi sembrava il risultato di un’equazione tra stereotipi e aspettative nostalgiche. Non lo amavo, ma lasciavo che mi travolgesse, mi scuotesse. Un po’ come quando accetti di fare gruppo con certi amici per la zingarata del sabato sera, vai a mangiare il panino trucido, bevi troppa birra, cacci urli alle puttane nel viale, rischi di finire in una scazzottata e lo odi, odi tutto questo ma lo fai, lo fai perché hai vent’anni, lo fai perché ti diverte, lo fai perché la senti quella catena ed è la tua catena, ti definisce, ti semplifica, ma cazzo se non preferiresti essere te stesso altrove, con altri amici, con birre meno a perdere, oppure da solo, certo, da solo.

 

No, non amavo Cornell e l’idea di cantante rock che il suo stile rappresentava anzi imponeva, eppure gli ho permesso di essere una delle voci più importanti che abbia mai ascoltato e sentito. Mi soggiogava. Mi schiacciava sul letto, sul divano, in auto, sotto il peso di una evidenza: rappresentava un’idea totalizzante, un modo d’essere, una direzione che non ero io ma che avrebbe potuto appartenermi, e che avrebbe potuto per il solo fatto di esistere, per come lo accettavo e lo comprendevo. Cornell era qualcosa a cui tendere rimanendo aggrappato alla consapevolezza che non era quello, non era dove si trovava lui, che avrei voluto essere. Era un ideale, un idolo. Qualcosa in cui svanire.

Si trattava – adesso lo so ma già allora lo intuivo – di una disposizione legata a quella fase specifica della mia vita. Se mi ci fossi imbattuto uno o due anni più tardi, forse – anzi ne sono certo – non mi avrebbe detto nulla. Il modo in cui mi è sembrato poco interessante ciò che ha fatto una volta chiusa l’avventura dei Soundgarden – mi riferisco ai dischi da solista e con gli Audioslave – mi conferma tutto questo. Mi dice che non sempre scegliamo di amare ciò che crediamo di amare. Mi dice che spesso non siamo noi a scegliere. Che siamo frutto dello scarto tra affinità e contrasti, e che ti porti dentro tutto, anche quello che non credi ti appartenga, o non vorresti.

Gli incontri accadono, e sono – talvolta, spesso, sempre – indimenticabili.

Grazie di tutto, di cuore, Chris.

(Qui altre riflessioni sulla strana oscurità che ha investito molti protagonisti del rock anni Novanta

8 commenti

  1. Molto bello il tuo scritto anche io se fossi entrato in contatto con il Seattle sound non a 16 ma diciamo a 20/23 anni non avrebbe sortito lo stesso effetto. Ma credo di essere due tre anni più piccolo di te e quindi il treno Chris Cornell mi investi in pieno. A fine 92 sentii per la prima volta temple of the dog e badmotorfinger e quindi la voce di Cornell fu il viatico che mi introdusse a quel sound. Sound invecchiato non benissimo per buona parte, ma su cui ritorno ciclicamente perché è una parte importante della mia educazione musicale, che poi è andata in altre direzioni. Quindi questa morte mi rattrista molto, perché rappresenta simbolicamente la scritta FINE sui titoli di coda di una parte della mia vita musicale

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  2. beh, chettidico, i Soundgarden non erano gli Husker Du, quindi non mi hanno cambiato la vita, ma questo non mi ha certo impedito di amarli. sono rimasto colpito dal suicidio di Cornell, gli ho anche dedicato uno spazietto sul Musicazzotto, mi ha rattristato in un modo particolare che non saprei dire… forse un senso di impotenza complessiva perché hai ragione, la Sub Pop e “tutta quella roba che ribolliva da Seattle” era un urlo di disperazione travolgente, rabbioso, profondo. era qualcosa che comunicava la *possibilità* di cambiare davvero qualcosa nelle dinamiche del mercato discografico (erano gli anni di “Bleach”, di “Ultramega Ok”) e quindi, per estensione, nel “sistema mercato” ordoliberista che andava sempre più consolidandosi alla guida del mondo. ecco, il suicidio di Cornell racchiude un senso di sconfitta definitiva che parte dalla musica ma va ben oltre.
    buona merce a tutti…
    : (((

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