Da sempre in Exile

Exile on Main St. è uno dei quattro album degli Stones che mi mettono in crisi quando mi chiedono: qual è il tuo preferito degli Stones? Gli altri tre neanche ve li sto a dire, ma sono tutti – TUTTI – assolutamente da avere se sei uno di quelli che va in giro dicendo, pensando: “amo il rock”. Sono convinto che tra artisti e band ce ne saranno sei o sette in grado di poter vantare un repertorio simile. E no, non credo di esagerare.

Ma torniamo a Exile: è uno dei dischi più impuri della storia del rock. Ed è anche uno dei migliori. Creato sotto i peggiori auspici, con la band squilibrata, scentrata, i rapporti tesi e all’osso, nelle vene (di Richards, soprattutto) un’infusione costante di sostanze da fare la felicità dei pusher di mezza Europa e della compagine di sbandati – tra i quali l’immenso Gram Parsons – che gravitava lì attorno come una tribù accampata sui pianerottoli delle porte della percezione (e a nessuno che fregasse più niente di cosa li attendesse oltre quelle porte, piantate sui cardini di un’epoca ormai appassita).

Le registrazioni avvennero nella cantina di Nellcôte, una villa Belle Epoque sulla Costa Azzurra dove gli Stones si erano rifugiati per sfuggire al fisco britannico. Le cronache, spesso condite di leggenda, narrano di mille problemi tecnici, di orari impossibili e sistematicamente legati all’umore del padrone di casa (Keith), di un’ispirazione che arrivava impetuosa ma occasionale, di mille direzioni da seguire (nessuna delle quali nitida) e del buon Jagger sempre più insofferente per la sostanziale ingestibilità di Keef. Jagger che a lavori finiti impose di rielaborare i nastri a Los Angeles, dove alcuni pezzi furono sostanzialmente reincisi.

Insomma, un fottuto casino. C’erano tutte le premesse per un lavoraccio raffazzonato, per un frankenstein posticcio. E invece, oh, invece. Ne uscì l’amalgama più vulcanico, impetuoso, crudo, viscerale e struggente che si sia mai udito e che mai si udirà. Uno dei casi in cui l’etichetta rock sembra troppo poco – la misticanza propone elementi blues, RnB, gospel, country-folk… – pur definendo una dimensione pienamente e formidabilmente rock, una dimensione nella quale ti puoi aggirare, rotolare, perdere e ritrovare, senza che mai ti manchi qualcosa a cui aggrapparti, una scossa, una presa che ti sorregge, un ghigno che ti gela, il cuore grande di chi viene trascinato dalle rapide ma non si arrende, ti tiene lì, proprio lì, in mezzo alla vita che accade.

Exile on Main St. è un capolavoro e un monumento all’arte di perdere il controllo, la più sfacciata, tumultuosa dimostrazione che non esiste piano migliore di quello che non sai governare del tutto, perché è più grande delle tue intenzioni e delle tue previsioni, e ti chiede di stargli addosso, di non mollare.

Exile usciva il 12 maggio del 1972, e non ha ancora finito di sbalordirmi. Non ha ancora finito di raccontarmi che il giorno in cui mi sono ammalato di rock ha coinciso con la migliore decisione che non ho mai preso. Perché è stato lui a prendermi.

5 commenti

  1. bel post commemorativo, intenso e doveroso. però perché quattro? chi lasceresti fuori tra “aftermath”, “between the buttons”, “beggar’s banquet” e “sticky fingers”? li ricordo tutti notevoli (ohi, è un po’ che non li riascolto, però… magari uno è invecchiato peggio degli altri), con “exile” a superarli tutti di una mezza spanna (un doppio album davvero memorabile, nonché summa teologica del rock stonesiano).

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  2. Detto che Between… e Aftermath (ma anche Out of our heads) li adoro, e che se dovessi portarmi un disco degli Stones sull’isola deserta sceglierei Singles Collection – The London Years (lo so, è un triplo cd, sono un baro), per me il poker stoniano per eccellenza, quello che ha definito un linguaggio rock imprescindibile, è Let it bleed, Beggars Banquet, Exile e Sticky Fingers.

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