L’ingannevole dittatura del genio

Chiedo scusa se la prendo un po’ larga, ma devo proprio raccontarvi di questo mio amico che un giorno, ahilui, è finito nel tunnel degli aperitivi. Un caso irrecuperabile. Non sa e non vuole uscirne. Sostiene che sia una malattia e una cura assieme. E su questo, vabbè, mi trova abbastanza d’accordo.

Tra gli effetti collaterali di questa strana sindrome c’è una specie di molle disinvoltura, soprattutto quando il barman è una barman e quindi lui, il mio amico, si sente in dovere di ordinare il drink con battutine tipo: “me lo sbagli un Negroni?” Lo so, è un bischero totale. stocchettoNulla da ridire, però, sulla scelta del cocktail: il Negroni Sbagliato, come il nome lascia intuire, pare sia nato per errore nei ruggenti Seventies, quando un barman milanese (Mirko Stocchetto) nel prepararlo mise del brut al posto del gin. Storiella carina, ne converrete, ma un po’ dura da credere: neppure il più immacolato degli astemi confonderebbe il gin col prosecco, figuriamoci un barista meneghino (anche se veneziano di origine). Tuttavia, come leggenda popolare ha una sua ragion d’essere, non fosse perché rimarca come certi errori, anche quando somigliano pericolosamente a orrori, possano rivelare generose ricadute.

Nel rock, ad esempio, accade di continuo. Anche al netto del celebre metodo introdotto nel ’75 da Brian Eno – che, idea mia, con le Strategie Oblique¹ deve essersi divertito un casino (e continua a farlo) – l’errore quando prende il sopravvento non comporta necessariamente un disastro inappellabile. Anzi. E a tal proposito, diciamolo subito forte e chiaro: gran parte del merito è di noi rockofili, che come tutti sanno abbiamo diverse cose da insegnare all’umanità, tra cui il rispetto e persino l’amore per i frutti più sfortunati dell’ingegno umano. Pensateci: ci vengono i lucciconi di fronte a capolavori come Highway 61 o Berlin, e non potrebbe essere diversamente, ma teniamo (eccome) anche alle sorti di certi loro fratellini sfigati come – tanto per rimanere in zona Bob Dylan/Lou Reed – New Morning o Sally Can’t Dance. Se è il caso, siamo pronti a difenderli con unghie e denti, pur nella consapevolezza delle loro oggettive mancanze.

Dico sul serio: non ho conosciuto nessun vero appassionato di rock che non custodisca il proprio pantheon di album secondari, problematici, fiacchi, dei quali inevitabilmente prima o poi tenterà di farti innamorare come il più svergognato dei ruffiani. Dischi figli di un estro minore, fotogrammi un po’ storti, troppo nitidi o desolatamente sfocati, eppure capaci di raccontare una storia che merita, eccome se lo merita, d’essere raccontata. Non sto parlando di titoli carbonari che fanno la gioia degli enciclopedisti rock, quei simpatici snob sempre pronti alla gara del disco più ignoto eppure incontestabilmente seminale. Intendo invece certi album piuttosto noti, spesso celebri proprio per aver tradito in parte o del tutto le aspettative, cannato l’appuntamento, pisciato un po’ troppo fuori dal vaso.

neil-transLavori controversi, discussi, incompresi. Fuori tempo, in anticipo sui tempi, inclassificabili. Imperefetti. Liquidati con un ghigno di sufficienza. Macchie sul brillante curriculum dei loro autori. Ma che, se messi in prospettiva, non demordono, restano sul bordo della strada a segnare la posizione, intrecciando eventi collettivi e circostanze personali come un gomitolo formicolante. More dei Pink FloydTerror Twilight dei PavementAdore dei Pumpkins. Undercover degli Stones. Fables Of The Reconstruction dei REM. Album dei Public Image LtdLodger di Bowie. Zooropa degli U2Trans (e Life, e Re-Actor, e American Stars And Bars…) di Neil Young. Eccetera.

Roba che ci devi lavorare. Che scavi, scandagli e setacci finché non vedi luccicare le pagliuzze. È una specie di rituale col quale celebri la ricchezza del fallimento o meglio dell’insuccesso, ne riscopri il valore di controcanto all’ingannevole dittatura dei colpi di genio. I quali, appunto, sono colpi, slanci, apici di una prassi artistica che nel suo procedere ha ben diritto d’inciampare nell’imperfezione, di concedersi il lusso dell’approssimazione, d’incappare nel passaggio a vuoto: come è umano che sia. Di più: l’errore non solo è comprensibile, ma è la premessa del successo, il battito del processo che elabora quello che un giorno, forse, sarà pressoché perfetto. Amo pensare che senza Sally Can’t Dance – che pure, non scordiamolo, ebbe notevoli riscontri di vendita – non avremmo avuto Coney Island Baby, Street Hassle e tutto il resto².

Il coglione di oggi e il genio di domani – con tutte le gradazioni intermedie – condividono lo stesso cervello sotto lo stesso cappello. Spesso il rincoglionimento dell’artista ha ragioni che la ragione non conosce. Provare a circoscriverle non rende migliore un disco di merda – nulla può riuscirci, eccetto una buona dose di partigianeria – ma può rendere la tua passione un po’ più viva e e un po’ più vera. Se ti pare poco.

 

¹ un curioso modo di combattere i blocchi creativi e rendere prassi l’estemporaneità nel metodo produttivo utilizzando un mazzo di carte (qui una breve ed esaustiva spiegazione), senza tuttavia uscire dalla dimensione del gioco. Questo aspetto aleatorio intrigò al punto Bowie da volere con sé Eno dal 1977 al 1979, quando cioè furono prodotti i cosiddetti lavori “berlinesi” (ai tre album del Duca Bianco – Low, Heroes e Lodger, vanno aggiunti The Idiot e Lust For Life di Iggy Pop)

² e, sì, forse neppure Metal Machine Music, che quanto ad album sfocati, errati, pretenziosi, incomprensibili e insomma eminentemente storti, siamo oserei dire dalle parti del capolavoro

9 commenti

  1. Già. Ci sono anche quei casi disperati sui quali, nonostante ci si è lavorato sopra sodo, niente da fare. Restano non commestibili. Tales from Topographic Oceans per esempio. O Heaven & Hell di Joe Jackson. Human Touch del Boss! (il genio di oggi e il coglione di ieri, per parafrasarti…)

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  2. L’articolo offre molti spunti di riflessione.
    A mio avviso l’esempio di zio Nello (come quello di Zappa) è il più calzante di tutti, la sua discografia piena zeppa di dischi sottovalutati presta sicuramente il fianco a questo tipo di discorsi, eppure il suo caso a mio avviso è più unico che raro. Ha sempre posto di fronte a tutto la sua musa e questo fa sì che chi lo venera (tipo il sottoscritto) giustifichi aprioristicamente ogni disco partorisca, perché frutto del “faccio quello che voglio e perché lo voglio” figlio di una quasi anarchia che non appartiene più a nessuno (se non a pochi).

    Ci sono dischi come Hawks and Doves estremamente sottovalutati… il buon vecchio Trans che ha radici più profonde di quanto un ascoltatore generalmente possa pensare. O come dimenticare Landing on the Water, forse l’album più odiato dopo Trans dai puristi del sound morbido di Harvest.

    Tutto questo pippone è per dire che a mio avviso il passaggio a vuoto può avere tante sfaccettature: dall’impatto sul mercato a quello sulla critica e pubblico; dal musicalmente “moscio” all’ “incompreso” (Metal Machine Music ad esempio). Altri passaggi a vuoto non tengono conto del processo che magari ha portato alla creazione di un disco; per spiegarmi meglio, dubito che album come Skeleton Tree o Blackstar avrebbero avuto tutto il successo che hanno avuto se fossero usciti 20 anni fa in contesti differenti e con una spinta emotiva diversa. Eppure sarebbero stati comunque apprezzabili.

    Oddio, mi sono perso un po’ nel ragionamento, mi auguro che il messaggio sia passato!

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