Vagabondando nel genio

I wander around
I just wander around
I just wander around
I just wander around

Cosa avrei dovuto aspettarmi dall’esordio narrativo del Druido? Qualcosa di meno folle, di meno sprecato? Figuriamoci. Che Julian Cope fosse una penna notevole mi era chiaro già dai tempi dell’autobiografia Head On e dal vorticoso saggio Krautrocksampler. Ragion per cui, quando ho saputo di questo Uno Tre Uno, impronosticabile escursione nella fiction dell’ex-Teardrop Explodes, mi sono detto, beh, roba grossa.

Ci ho messo giorni a comprarlo e mesi a decidermi di leggerlo. Perché? Concedetemi un boh effervescente. Davvero, non saprei. Istinto, forse. Fatto sta che, finalmente, l’ho fatto. Mi sono lanciato all’inseguimento di Rock Section e della Beata Anna lungo le strade di una Sardegna acida & arcaica, sul filo di memorie calcistiche tragicomiche, sorbendomi il trip che mi aspettavo e anche qualcosa in più. Cope è un narratore bizzarro ma poderoso, capace di stuzzicare il lettore con un’eloquenza fluida, colloquiale, per poi inerpicarsi in resoconti mitologici (di cui il Druido è notoriamente infatuato) dalla simbologia farraginosa, iniziatica, che vorrebbe sostanziare la storia e finisce invece per farla incagliare, per farla arenare in un altrove troppo altrove rispetto al nervo vivo della vicenda.

Credo per tutto ciò che Uno Tre Uno sia un romanzo parzialmente fallito per eccesso di ambizione, per programmatico disequilibrio, per ieratica dispersione. Eppure, contiene pagine anzi capitoli indimenticabili (soprattutto quelle dedicate alla strage di Hillsborough), personaggi folgoranti, tutta una dimensione che recupera una mistica rock formidabile, senza un briciolo di nostalgia. Il motivo per cui questo romanzo mi ha soddisfatto malgrado i suoi molti difetti, è quel suo modo di sporgersi oltre il limite del controllo, tentare di uscire dai binari, piegare gli schemi alle esigenze espressive. Il motivo è quel modo vivo, vigoroso ed eccentrico di controllare la perdita di controllo, senza riuscirci ma esaltandosi nel tentativo. Ne esco convinto una volta di più che il lavoro dell’espressione debba avere come obiettivo proprio questo: azzeccare l’equilibrio giusto tra intenzioni e tradimento delle intenzioni, tra volontà dell’autore e consegna delle chiavi all’abbrivio dell’opera (alla storia, alla canzone, alla tela, all’interpretazione…).

Un romanzo tenuto sotto controllo dalla prima all’ultima riga (capita eccome di leggerne) può essere – ovviamente – un ottimo romanzo, però ho spesso l’impressione che racconti più l’autore che non la storia che l’autore intendeva narrare. E questo, in molti casi, può essere un problema. Certo, Julian Cope potrebbe raccontarmi storie con al centro se stesso per un’eternità, non mi annoierebbe mai. In Uno Tre Uno mette infatti molte delle proprie ossessioni, della propria vita, eppure riesce a smarrirsi, a disperdere le tracce, a gettarsi oltre l’ostacolo del delizioso egocentrismo autorale. A sperperarsi, vagabondando lucido e folle nel genio, lustro di profezie e allucinazioni.

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