Coordinazione

11

Sullo schermo scorrono le immagini dell’attentato al World Trade Center riprese da diverse angolazioni. I grattacieli si stagliano contro il nitore assoluto del cielo come emanazioni di luce, intangibili e abbacinanti. Ruggero segue con l’indice la traiettoria dell’aereo, sottolinea il momento dell’impatto spingendo l’aria tra le labbra, da cui esce un rumore fanciullesco. Si volta verso Veronica, impassibile sul divano a pochi centimetri da lui. Le rivolge uno sguardo solenne.

«Un crollo è un ottimo esempio di coordinazione. Non trovi?»

Lei sostiene i suoi occhi per un paio di secondi.

«Fai schifo.»

«Non mi sono reso autore di nessuna dietrologia, né ho fatto valutazioni politiche. Perché farei schifo?»

«Hai fatto una valutazione estetica, è anche peggio.»

Ruggero torna a guardare lo schermo: un’altra angolazione, dal basso stavolta, un sottinsù vertiginoso, la dominante blu delle ombre, i detriti che sfarfallano dopo il secondo impatto. I dettagli tremolano, forzati dalla risoluzione spietata del sessanta pollici.

«Sono un uomo libero. Dico quello che penso.»

«Allora la tua idea di libertà fa schifo.»

«Te lo preparo, il toast?»

Veronica non risponde. Resta immobile con un cuscino in grembo e l’espressione grave, la pelle del viso illuminata da bagliori azzurrini. Ruggero le mette una mano sul ginocchio, poi la fa salire lungo la coscia nuda. Lei gli rivolge uno sguardo rapido, indurito.

«Smettila.»

«Hai fame?»

«No.»

«Come vuoi.»

Lui fa per alzarsi, ma lei lo blocca.

«Aspetta. Tu dov’eri?»

Ruggero scruta il volto di Veronica, poi guarda il televisore. Vede immagini di persone in fuga da una tempesta di polvere che si espande, occupando rapida i quattro angoli dell’inquadratura, come se fosse animata da una volontà carnivora.

«Ecco, vedi queste sequenze?»

«Ogni volta che le vedo mi danno i brividi.»

«Davvero? A me no. Sono fredde, prevedibili. Mi hanno sempre fatto pensare a un remake hollywoodiano dell’eruzione di Pompei.»

Veronica quasi non cambia espressione, si limita a inspirare più a fondo.

«Dov’eri?»

«Sono passati quindici anni.»

«Lo so, lo stanno dicendo da stamattina, a reti unificate. Quindi?»

Ruggero si alza, porta le mani sui fianchi.

«Avevo portato l’auto a cambiare gli pneumatici. Mentre aspettavo, decisi di fare un salto al bar lì accanto. Quando entrai stavano tutti a bocca aperta di fronte alla tv. Saranno state sette, otto persone. Quasi tutti avanti con gli anni. Eppure avevano quell’espressione terrorizzata, sai, come i bambini alla prima comunione. Era appena stata colpita la seconda torre, era chiaro ormai che si trattava di un attentato. Rimasi sconvolto, ovviamente. Del resto, all’epoca ero una personcina piuttosto banale. Mi impressionavo facilmente. Il barista anche più di me. Ricordo che gli chiesi un caffè corretto. Due volte, glielo chiesi. E lui si scordò lo stesso di correggerlo.»

Veronica sposta lo sguardo da lui allo schermo televisivo con regolarità. Alza appena la mano destra e accenna un movimento rotatorio.

«E poi?»

«Rimasi per quasi un’ora nel bar. Non conoscevo nessuno, ma si sviluppò lo stesso uno strano senso di cameratismo. Sai com’è, ci cercavamo, cercavamo il nostro stesso sconcerto negli occhi degli altri. Anzi, non lo sconcerto, la paura. La paura negli altri: è quello di cui abbiamo realmente bisogno quando abbiamo paura, non credi?»

«Finiscila con queste cazzate. Vai avanti.»

Ruggero scuote la testa, ride, poi si domina, recupera una gravità friabile.  

«A quel punto ci fu il crollo della torre sud. Fu un peccato vederlo in quel televisore di merda. Era vecchio, sarà stato un diciotto pollici, aveva pure l’audio scassato. Non ci crederai, ma ricordo benissimo la marca. Era un Grundig, con la scocca arancione. Una specie di reduce del design modernista anni settanta. Se ne stava appollaiato su una mensola ad almeno due metri e mezzo da terra. E noi lì sotto, tutti intorno, col naso all’insù. Le bocche semiaperte, gli occhi che si cercavano, la paura, qualche battuta ogni tanto. E un superalcolico per lubrificare.»

«Superalcolici? Tu?»

«No, figurati. Però quasi. Avevo gli organi interni contratti dall’emozione, capisci? Era come se la colonna vertebrale fosse diventata molle, di gomma. Sentivo il bisogno di sollecitazioni continue, per non perdere la presa su me stesso. Così dopo il caffè ordinai un Branca Menta, con ghiaccio. Ricordo persino l’espressione scornata del barista. Gli giravano i coglioni perché per prendere il ghiaccio doveva chinarsi e staccare gli occhi dal televisore. T’immagini, lo stronzo.»

«Immagino.»

«Dopo il crollo, presi coscienza. Fu troppo. Non potevo restare lì, condividere tutto quel… quel crogiolo di cose con degli sconosciuti. Era troppo prezioso, troppo intimo. Me ne andai. Fuori mi feci sorprendere dal pomeriggio luminoso, caldo. C’era un silenzio che mi sembrò insolito, ma opportuno. Quando arrivai dal gommista, ci misi un attimo perché era proprio a due passi, capii che non si erano ancora davvero resi conto di cosa fosse successo. Non c’erano gli smartphone all’epoca, anche i collegamenti internet negli uffici non erano così diffusi. Era chiaro che non avevano ascoltato i notiziari, così quello che sapevano lo dovevano a qualche cliente non troppo bene informato. Pensavano che si trattasse di un semplice incidente aereo, capisci? Un semplice incidente. Evitai di dare spiegazioni. Volevo solo andarmene a casa, al più presto. Così, mentre aspettavo il conto, mi trovai di fronte a un’impiegata concentrata sul suo lavoro. La osservai con attenzione. Di fronte ai suoi gesti, alla sua postura, alla sua espressione concentrata, mi sentivo altrove. Anzi: intruso. Era come se provenissi da un futuro irreversibile, o come se lei fosse un fantasma di un’epoca polverizzata. Sai una cosa?»

«Cosa?»

«Non saprei dire se in quei pochi istanti mi fece compassione per quello che ancora non sapeva o se la invidiai per quello che doveva ancora provare.»

Veronica alza le spalle, sulle labbra vibra un sorriso rapido, acre.  

«Sai una cosa? Sei melodrammatico.»

Ruggero scopre i denti, scuote la testa.

«Davvero non hai fame?»

Lei prende un cuscino, lo mette sul bracciolo e si adagia su un fianco. Continua a fissare lo schermo, gli occhi immersi in una luce mansueta, la bocca piegata in una vago disgusto, come elementi incongrui nella tavolozza del volto.

«Mi sono sempre chiesta come ti fosse venuta l’idea delle magliette.»

«Ho smesso da un pezzo con quella roba.»

«Ci hai fatto un sacco di soldi.»

Ruggero incrocia le braccia, inspira.

«Vado a prepararmi il toast.»

«No, aspetta. Finisci di raccontare.»

«Non c’è altro da dire.»

«E le magliette?»

Rimangono in silenzio per qualche secondo, mentre sullo schermo un uomo, forse un vigile del fuoco, il volto ricoperto da uno strato di polvere pastoso come cemento, sta parlando. Il suo tono convulso affiora dietro la tensione artificiosa del traduttore. Ruggero annuisce, le braccia distese sui fianchi. Veronica distoglie lo sguardo dal televisore e lo posa su di lui.

«Ti ho fatto una domanda.»

«L’hai fatta troppo presto.»

«D’accordo. Cos’è successo dopo?»

«Ho vomitato nel bagno del gommista. Sono arrivato a casa. Ho visto crollare la seconda torre. Più volte. Ho vomitato di nuovo.»

«Tutto qui?»

«No. Ho fatto una telefonata.»

«A chi?»

«A Paolo, un amico tipografo. Uno con cui poi non ho lavorato molto, a dire il vero. Non mi garantiva le quantità necessarie. Ma all’epoca conoscevo solo lui.»

Veronica si drizza su un gomito. Lo fissa.

«Vuoi dire che l’idea ti è venuta subito?»

«Non subito. Mentre vomitavo. La seconda volta.»

«Cazzo.»

«Non mi è mai piaciuto vomitare. Mi terrorizza. Ho sempre paura di rimanerci soffocato. Sai, come Hendrix. Poi la roba che mi usciva dalla bocca, dal naso, quella pappetta di caffè e Branca Menta, ti dico, uno schifo. Mi sembra di sentirla ancora adesso. Da quel momento ho bevuto sempre di meno, quasi nulla. Lo sai.»

«L’idea ti è venuta mentre vomitavi?»

«Sì. Mi sono tornate in mente le foto che avevo scattato a New York qualche mese prima. Ovviamente ne avevo molte del World Trade Center. Qualcuna era davvero buona. Me la cavavo, sai, con quella Nikon. Erano belle e non ci sarebbero stati copyright da pagare. Perfetto, no? Anche gli slogan arrivarono così. Veloci, naturali.»

Veronica annuisce, lo sguardo perso.

«I was there.»

«Già. Bianco su cotone nero. There will always be. Bianco su cotone grigio. Eccetera.»

«Sei un bastardo. La gente stava ancora morendo, lì sotto.»

Ruggero le rivolge un’espressione priva di complicazioni.

«Non pensavo a quello. Il fatto è che non pensavo. Piuttosto… sentivo.» Ruggero si guarda attorno, passa da un appiglio invisibile all’altro. «Potevo sentire la memoria collettiva che si stava trasformando e formando, era come un’effervescenza. Sentivo un bisogno vivo e disperato di segni, di immagini, di parole. E loro arrivavano. Guizzavano come uccelli. Rapidi, leggeri, precisi. Bang, bang, bang. Come spari.»

«Inutile che tenti di farla passare per una cosa… automatica. Ha un nome. Si chiama sciacallaggio.»

«Certo. Chiamalo come vuoi. Non me la prendo.»

«Ne hai vendute a migliaia.»

Ruggero annuisce con aria grave.

«Centinaia di migliaia.»

Veronica porta una mano alla fronte e osserva il soffitto.

«Com’è stato possibile?»

«Non lo so, è successo. Una cosa dietro l’altra. Un gesto dietro l’altro. Gesti lucidi, consapevoli. Dissi a Paolo di fermare tutto e di aspettarmi. Avevo già tremila magliette in produzione, la prima produzione autunnale. Maniche lunghe, stampe accattivanti. La solita robaccia a rimorchio delle mode. Annullammo tutto. Neanche mi preoccupai di avvertire i committenti. Dopo un paio d’ore avevamo già scelto le foto e mandato in stampa le nuove magliette. La mattina dopo le portai di persona a un paio di banchi al mercato di Siena. Così, per vedere. Trecento pezzi venduti in due ore. Tornai a prenderne altre. Dopo un mese avevo un catalogo e quarantamila pezzi venduti.»

«E non vi fecero problemi.»

«Perché avrebbero dovuto? Qualche polemica ci fu, certo. Non le ascoltavo.»

«Incredibile.»

Ruggero intreccia le dita, fa schioccare le nocche, spinge lo sguardo sulla fuga diagonale delle piastrelle.

«Sembra incredibile anche a me, adesso. Eppure funzionò. Anche il logo fu un successo. Inaugurai il primo negozio Meme nella primavera del 2002. Magliette, maglie, felpe. I pantaloni non andavano, forse perché non c’era abbastanza superficie per il messaggio. Però neppure le giacche e i giubbotti, non ho mai capito perché. Non è mai stato importante capirlo. L’idea era semplice, produzione estemporanea legata alla stretta attualità, alle ricorrenze. Rastrellai un po’ di ragazzi laureati in scienze della comunicazione, arrivarono curriculum da Pisa, Milano, Bologna, Salerno… Condussi personalmente i colloqui, volevo guardarli in faccia uno ad uno, fargli capire chiaramente qual era lo spirito della Meme. Piombammo sul mercato come un prodotto senza rivali.»

«La maglietta con Putin e Bush…»

«Fu una delle prime. Maggio del 2002. Firma del trattato di riduzione degli armamenti nucleari. Nella foto originale c’era un albero dietro di loro, i miei grafici lo trasformarono in un fungo nucleare. La frase: Le riduzioni non contano. Tre versioni, grigio chiaro per uomo, rosso per donna, giallo per bambino. Un successo incredibile. Mi dicono che abbia delle valutazioni pazzesche su e-bay.»

«I miei mi regalarono quella della condanna alla Philip Morris. Volevano farmi smettere di fumare a tutti i costi.»

«E ci riuscirono?»

Con la mano destra Veronica tocca la manetta al polso sinistro. La catena si muove, ondeggia con un cigolio sottile fino all’anello sulla parete dove è agganciata.

«Quando finisce questo gioco, Ruggero?»

«Non è un gioco, lo sai.»

«Quando?»

«Presto. E non me ne vorrai. Come le altre.»

Lei annuisce, combattuta.

«Sì.»

«Sì, cosa?»

Gli occhi di lei vibrano.

«Ci riuscirono, a farmi smettere. Se devo essere sincera, quella maglietta, quello che rappresentava, mi aiutò a farlo. Sì, in qualche modo, mi aiutò.»

Ruggero sorride apertamente.

«Il punto era quello, far precipitare la Storia nella vita di ognuno. Nel quotidiano. Racchiudere una particella di messaggio in una elaborazione grafica accattivante che lo rendesse intellegibile e soprattutto condivisibile. Chi indossava una maglietta Meme viveva un’esperienza di consapevolezza, un desiderio di appartenenza. E lo comunicava agli altri.»

«Facevate soldi a palate.»

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Ruggero ridacchia, scuote la testa. Incrocia le braccia. Sul televisore, le immagini di repertorio hanno lasciato il posto a un dibattito che sembra suscitare poco interesse anche negli ospiti in studio, rigidi nei loro completi scuri da prime time.  

«Non ci crederai, ma era l’ultimo dei miei pensieri. Soldi ne entravano, certo. Era evidente. Ma non facevo conti. Semplicemente, non vedevo l’ora di arrivare in ufficio, alle sette. Il mio ufficio era la stanza del brainstorming, la riunione iniziava alle otto e continuava fino alle sei, le sette del pomeriggio. Gli eventi si rincorrevano, i forum mondiali, la seconda guerra del golfo, Powell e l’antrace… Powell e la fialetta di antrace, cristo che maglietta! L’unico problema era mantenere buoni rapporti coi fornitori e con le stamperie. Li sommergevamo di commesse.»

«Come andò la storia di Nassiriya?»

«Sfuggì al nostro controllo. Ma ci fece molta pubblicità.»

«Com’era la maglietta?»

«Era una felpa.»

«Ok. Com’era?»

«Un’elaborazione grafica della base MSU fatta saltare. Aggiungemmo in sovrimpressione una bandiera tricolore a testa in giù. E la data: 12 novembre 2003. Nient’altro. Vendette molto e finì sui giornali. Dopo pochi giorni qualche politicotto se ne accorse e avviò un’interrogazione parlamentare. Si scatenò il putiferio. Ci furono manifestazioni sotto la nostra sede, qualche dipendente fu maltrattato.»

«Ve la siete cercata.»

«Non voleva essere un’immagine polemica. Sul serio. In un certo senso, quello che ci interessava era l’attrito tra l’effetto grafico e la percezione collettiva di un evento.»

«Chi pensavate di essere, una via di mezzo tra la Diesel e Banksy?»

Ruggero rimane immobile con un sorriso solidificato, gli occhi che tremano.

«Qualcosa del genere, sì.»

«Poi avete chiuso o vi hanno fatto chiudere?»

«Siamo andati avanti quasi sette anni. Nei primi tre la crescita è stata costante. Ogni tanto perdevamo una causa, ma continuavamo a vendere. Erano meglio della pubblicità, le cause.»

«Perché è finita?»

«Non te lo immagini?»

Veronica osserva lo schermo del televisore senza guardarlo. Il talk show prosegue srotolando schermaglie verbali a perdere. Muove la mano incatenata, piega la labbra, chiude le palpebre.

«Immagino che la gente si sia stancata. Lo fa sempre.»

«Un po’, sì. Negli ultimi due anni ci fu una flessione. Ma non fu quello il motivo. Vendere di meno non era importante, potevamo permettercelo. Le cose stavano cambiando. Presto non avremmo avuto più senso, non il senso che avevamo avuto fino ad allora.»

«Cioè?»

«I social network. Che all’epoca significava solo Facebook, ovviamente. Uno dei miei grafici se ne uscì sostenendo che avremmo dovuto crearci un profilo, che sarebbe stato stupido restarne fuori. Non avevo ancora capito bene di cosa si trattasse. Eravamo nel 2007, in Italia non era ancora molto diffuso. Me lo feci spiegare, mi informai. Passai una serata in casa a documentarmi. Mi affascinò e mi terrorizzò. Il giorno dopo non dissi nulla. Nel pomeriggio contattai in segreto i rappresentanti di due aziende da cui in passato avevo rifiutato offerte di acquisto molto lusinghiere. Un mese dopo avevo venduto, anche se nell’accordo di cessione era previsto che rimanessi in sella come direttore strategico per un altro anno. Dopo diciotto mesi Facebook in italia contava due milioni di visite al mese. E il marchio Meme non esisteva più.»

Il volto di Veronica sembra in bilico tra due sbalzi d’umore, senza riuscire a trovare la sintonia. Misura il vuoto senza accendere lo sguardo. Prende un respiro prima di parlare.  

«Non capisco cosa c’entri, Ruggero.»

«Cosa?»

«Facebook e il fallimento della Meme. Mi sembra una cosa del tutto scollegata, è… Come minimo bizzarra, come spiegazione.»

Ruggero accavalla le gambe, piega la testa da una parte e dall’altra. Intreccia le mani su un ginocchio, l’espressione inclinata dalle parti di un sorriso.

«Ti sembra una scusa. L’alibi di uno sconfitto. Vero?»

«Potrebbe sembrarlo, sì.»

«Potrebbe sembrarlo…» Sul volto di Ruggero il sorriso viene ingoiato da un’improvvisa, pesante amarezza. «Non mi stupisce che la pensi così. In effetti è questo il problema. Abbiamo questa tendenza ad assolvere i mezzi, gli strumenti. A ritagliarli sullo sfondo, ingredienti neutri della storia di cui siamo protagonisti. Di cui siamo colpevoli. Ma è ovvio che con i social le cose sono cambiate, e profondamente. Era evidente anche all’epoca, anche a un coglione come me. Bastava solo voler vedere un centimetro oltre l’entusiasmo. Per quel che ci riguardava, avevo capito una cosa semplicissima: la facoltà di condividere tutto, su una scala così vasta da potersi definire umanamente infinita, avrebbe tolto peso specifico all’appartenenza, l’avrebbe per così dire smaterializzata. Nessuno avrebbe più sentito il bisogno di mettersi una maglietta del cazzo per mandare un messaggio del cazzo.»

Lei scuote la testa lentamente, come a voler evidenziare più il compatimento che il disaccordo.

«Ti stai facendo un film pericoloso, Ruggero, di quelli che bruciano il cervello. La gente le vende le magliette, su Facebook.»

«Ma io non vendevo magliette. Io vendevo storie. Angolazioni. Esperienze. Da condividere, o da contrapporre. Era la traduzione grafica di una dinamica sociale, un tentativo di semplificare quello che nel suo svolgersi sfuggiva alla comprensione, perché troppo rapido o ramificato. Come diceva quel tale, nella fotografia c’è più di quello che un occhio riesce a cogliere. Infatti funzionava. Iniziarono a contattarci dei gruppi di protesta perché producessimo magliette da indossare nelle manifestazioni. Accettammo al volo. Il futuro è smagliato, contro la chiusura di una fabbrica di collant, andò in prima serata sui telegiornali. Nobel senza pace, per criticare il Nobel a Obama, finì sulla BBC. Avevamo la sensazione di essere il setaccio del presente, noi miseri produttori di magliette e felpe. Capisci?»

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Veronica non risponde, annuisce soltanto, con un movimento quasi impercettibile. Ruggero inspira, le braccia ancora incrociate, come rassegnato alla dispersione delle ultime scorte di energia.

«Incredibile come tutto questo avesse un senso. Lo aveva, davvero. Iniziammo a rifiutare interviste. Ricordo che improvvisai una riunione per raccomandare a tutti i dipendenti di non parlare con i giornalisti, e di stare attenti a quelli in incognito. Prendemmo in considerazione l’ipotesi di organizzare un ufficio stampa. Il gioco si era fatto impegnativo, ma eccitante. Ringraziavo ogni giorno per le sfide che mi presentava. Eppure capii subito che contro i social non c’era partita. Non era questione di vincere o perdere, non potevamo giocare.»

«Avresti dovuto rimanere in sella e provarci.»

«Lo pensavano tutti. Per questo non mi consultai con nessuno. Fu solo e soltanto mia la decisione di vendere. Posi come condizione che nessuno venisse licenziato per almeno cinque anni. Lo dovevo a quei ragazzi. Ma sapevo che in molto meno tempo non ci sarebbe stato più nulla da difendere.»

Veronica sposta una ciocca dalla fronte e lascia la mano sulla tempia. Rivolge a Ruggero uno sguardo accusatorio ma blando, disarmato.

«Li hai lasciati soli. Te ne sei sbattuto i coglioni.»

«Li ho lasciati soli, sì. Non potevo fare altro.»

«Ti sei raccontato questa storia per tutti questi anni, ma non è vera. Hai semplicemente mollato nel momento migliore e sei sparito dalla scena. Sei diventato il milionario nella torre d’avorio col tuo schifosissimo ufficio stampa per pubblicizzare i tuoi libri inutili. Sai cosa penso?»

«Cosa?»

«Penso che sia sempre stato questo il tuo scopo, anche allora, quando credevi di tenere in mano il tuo stronzissimo setaccio della Storia. Era solo al tuo scampolo di potere pulito che miravi. Non ci hai mai creduto agli slogan, ai pugni nello stomaco, alla consapevolezza. Erano solo espedienti, gli strumenti della tua strategia.»

Ruggero sembra galleggiare su una inconsapevolezza chimica, a parte il riflesso acuto che balena tra le palpebre socchiuse.

«Lo credi davvero?»

«Non c’è bisogno che io lo creda. È evidente.»

«Negli ultimi anni ho condotto importanti progetti benefici sotto anonimato.»

«Benefici soprattutto per la tua coscienza.»

«Una scuola di reporter. Unica nel suo genere.»

«È servita solo per darti un po’ di pace. Quei cosiddetti reporter finiranno a scrivere in una edizione locale per quattordici euro a pezzo, se saranno fortunati. Se saranno fortunatissimi, troveranno un altro lavoro, uno qualsiasi.»

«Se si arrenderanno. Ma non lo faranno.»

Veronica ride di gola, una risata acida, stanca. Alza la mano sinistra, tende la catena.

«Liberami.»

«Non abbiamo ancora finito.»

«Si sono già arresi. Hanno avuto un ottimo maestro.»

Ruggero chiude gli occhi.

«Mi sono arreso per loro.»

Negli occhi di lei c’è una stanchezza di fuoco.

«Ti sei arreso quando hai capito che non potevi vincere e non volevi perdere. Ti sei arreso come uno stronzo. Ti sei arreso, Ruggero. Come tutti.»

Lui manda indietro la testa. Un singhiozzo lo fa palpitare tra il mento e l’addome, improvviso, isolato. Non succede altro per qualche secondo. I lineamenti del volto d’improvviso si distendono. Quello che sembrava sul punto di schiacciarlo, di qualsiasi cosa si trattasse, svanisce, ingoiato dal buio senza voce, lontano dal bisogno di definirsi ed esistere. Ruggero infila una mano nella tasca dei jeans e ne estrae una chiavetta nera. La passa alla ragazza, che l’afferra senza nascondere una smorfia di sollievo. Si guardano. Ruggero abbozza un sorriso gonfio di una strana, spenta gratitudine.

«Sei stata brava. Molto più brava delle tue colleghe.»

Lei stringe la chiave, senza staccare gli occhi da quelli mansueti di lui.

«Ti ringrazio.»

Sblocca la serratura e lascia cadere a terra le manette con un gesto più nervi che disprezzo. Resta seduta sul divano, massaggiandosi il polso, con la diagonale dello sguardo che cade in un punto imprecisato del pavimento, senza cogliere nessun obiettivo. Ruggero sembra instabile, svuotato. In piedi, a due passi dal divano, finge di guardare il televisore su cui scorre la sigla finale del talk show.  

«Sono io che ringrazio te. Hai fame?»

«Sì, ma bevo qualcosa poi me ne vado, se non ti spiace. Hai del succo di arancia?»

«Certo. Spero… Spero che tornerai.»

Veronica si irrigidisce. Smette di sfregarsi il polso, piega la testa, irrobustisce la postura.

«Sai dove trovarmi.»

Lui sorride, si illumina.

«Vado a prenderti da bere.»

La lascia sola nella penombra del salotto, nell’aria troppo calda, troppo chiusa. Veronica avverte il senso di vertigine delle emozioni che si raccolgono, mentre i riflessi intermittenti degli spot televisivi le guizzano insensati sul viso. Si alza, prende il telecomando e spegne il televisore. Osserva la fosforescenza fantasma sul monitor, come l’inerzia di una volontà interrotta. All’improvviso si sente incapace di affrontare il freddo che l’avvolge.  

Quando Ruggero torna in salotto, lei si sta già chiudendo il portone alle spalle.     

5 commenti

  1. complimenti: davvero un ottimo raccontino. parte subito in quarta dopo poche righe, non appena Ruggero apre le danze con un prodigioso “esempio di coordinazione”. da lì in poi il dialogo prosegue godibilmente obliquo, con Veronica a fare da spalla e Ruggero a sparigliare le carte. molteplici le chicche da citare: il Grundig giurassico appollaiato a mo’ d’archeopterix su una mensola; l’evento mediatico *globale* “troppo intimo”; l’alienazione dell’eletto di fronte “a un’impiegata concentrata sul suo lavoro” (ma vi pare, dico!??? lavorare come se esistesse ancora una realtà reale, capace di prescindere dalla fiction più irretente-unificata d’ogni epoca??); l’idea che arriva ma “non subito, mentre vomitavo la seconda volta”; l’attrito tra l’effetto grafico e la percezione collettiva; il cervello di Ruggero che galleggia “su una inconsapevolezza chimica”; la fosforescenza fantasma sul monitor che pare l’inerzia d’una volontà interrotta…
    e interrotta è anche la storia, piuttosto bruscamente, dal “tintinnare di manette” (notevole guizzo dal punto di vista narrativo, che tuttavia m’è parso un po’ forzato nel contesto). ne inferisco che pure il dialogo tra Ruggero e Veronica è una sorta di auto-fiction (metà gioco erotico, metà psicoterapia “teatrale”), cosa che ti mette in salvo dall’appunto che durante la lettura, l’insieme degli eventi raccontati dal protagonista circa l’impresa di magliette Meme suoni troppo strutturato (l’impressione è che a parlare non sia *Ruggero* che rendiconta l’accaduto a Veronica, ma *l’autore*, impegnato in una lunga nota esplicativa a vantaggio del lettore). comunque, come già accennato più sopra, la nota critica svanisce alla luce del colpo di scena finale.
    in conclusione, estrapolo un significato più che condivisibile (non è cosa scontata: mi capita talvolta di non essere d’accordo con me stesso): non solo non c’è scampo dalla fiction, ma la fiction e la realtà virtuale sono ormai più vere della vita quotidiana. ciò mi comunica la sgradevole sensazione che anche quando *crediamo* di comprendere “dinamiche sociali” o cronistorie “troppo rapide o ramificate”, siamo in realtà co-attori coatti e inconsapevoli alla “Truman Show” di quella “fosforescenza fantasma” che altro non è se non una realtà- copione goffamente manipolata (tipo i filmati delle torri).

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    • Ci sono gli aspetti che sottolinei, certo. A partire dal crollo = coordinazione iniziale che riassume quasi tutto, una equivalenza che si realizza nella neo-realtà della fiction. Il “vero” che è comunque un momento del falso (televisivo, social), definendo una dimensione fake in cui siamo intrappolati fin nell’intimo, tanto che Ruggero si impone questo rito espiatorio erotico/teatrale forzandosi a viverlo come vero.
      Tutto questo, ripeto, c’è. Ma quando scrivo una storia credo che la storia debba prendere il controllo, di conseguenza è giusto che io lo perda, almeno in parte. Lo penso in generale: secondo me l’autore deve perdere un po’ il controllo. Come un genitore coi figli: meglio se diventano loro stessi anziché la proiezione delle aspettative di un genitore.
      Perciò, ecco, la storia vive anche di suggestioni proprie, di scene, di immagini, di svolte, di dialoghi, di relazioni e tensione tra i personaggi. Poi, sarà banale, tocca al lettore individuare i significati. Al lettore che è anche autore. E tu, infatti, lo sei stato. Un buon autore ☺
      Grazie.

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  2. […] In quanti modi possiamo avvicinarci o tornare su Kid A? Ripensando ai giorni della sua uscita, a quello che significò quel 2 ottobre del 2000, mi torna in mente un impasto indefinibile di eccitazione e timore, la sensazione dell’imminenza del nuovo assieme alla certezza che qualcosa si stava irrimediabilmente perdendo. Tutto ciò andava oltre la musica e investiva ogni aspetto del vivere, era una vibrazione che potevi quasi scorgere nei media e che avvertivi nel quotidiano, sottoposto a continui upgrade culturali, ideologici e tecnologici, in attesa che il web penetrasse davvero nelle nostre vite e la visione del mondo (di noi nel mondo) venisse stravolta dall’abbacinante tragedia dell’undici settembre 2001. […]

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